Lunedì, 16 Maggio 2022

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Ucraina, la disfatta euroamericana

Politica internazionale.

silvia romano2

La vicenda del confronto Stati Uniti-Russia va ben al di là della vicenda ucraina, che pure costituisce un fattore di guerra reale. Lo scontro attivato dagli Stati Uniti e dalla Nato, che è tanto contro la Russia quanto contro la Cina, modificherà la struttura delle relazioni e della geopolitica a livello planetario.

Biden come Trump: Usa “über alles”?

Quali obiettivi si propongono Biden, gli Stati Uniti e la Nato con il confronto militare con la Russia? A quale logica risponde tale confronto? Quanto è prioritario per l’Unione europea e per i Governi occidentali portare avanti un allargamento massiccio dell’Alleanza atlantica a est, con il dispiegamento di truppe, sistemi d’arma, basi navali e terrestri, aerei a capacità nucleare e missili puntati verso la Russia? Putin ricorda oggi a Biden la promessa fatta da James Baker e da Bush padre a Gorbaciov, il quale accettò la riunificazione delle due Germanie in cambio del fatto che la Nato non si sarebbe allargata ad est.

Con la fine dell’Unione Sovietica nel 1991, sembrava finalmente superato il confronto tra i blocchi e che una nuova fase di distensione e di cooperazione si sarebbe aperta. L’ex Unione Sovietica, sconfitta, chiedeva un nuovo e più stretto rapporto con l’Europa, si parlò persino di un possibile ingresso nell’Ue, magari in una prima fase come invitato permanente. Purtroppo, tutto è andato diversamente. Con il collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno pensato di diventare l’unica potenza mondiale, incontrastata militarmente ed economicamente. Proprietaria di un mondo non più bipolare ma definitivamente unipolare e a comando statunitense. Ma neppure in questo caso è andata come previsto. L’illusione unipolare si è schiantata contro un mondo nel frattempo diventato multipolare. La Russia, liberatasi del fardello burocratico del regime comunista, ha costruito la sua rinascita su un modello economico liberista e sui sentimenti profondi di impero e di nazione, retaggio culturale che ha retto tutte le esperienze storiche di quel Paese, dallo zarismo, al comunismo, fino al regime grande-russo di oggi. Nuove potenze mondiali si sono affermate, la Cina in primis, assieme ad altre potenze regionali in Asia, Africa e Medio Oriente. Il declino dell’Occidente si è accentuato e il ruolo centrale e ordinatore dell’alleanza Stati Uniti/Europa è venuto meno. Il sistema economico dell’ '8/'900 è regredito a un sistema neoliberista feudale, fondato non più sulla produzione, ma sulla speculazione. Multinazionali predatorie hanno rovesciato la piramide della convivenza civile, pretendendo che fosse il mercato a dirigere lo Stato, e non lo Stato a dirigere il mercato. È così che sono cresciute le guerre e la povertà, soprattutto nei sud del mondo.

Ma la crisi più grave ha riguardato la democrazia, ridotta ad uno show per cittadini spettatori, per consumatori alienati sempre più passivi e incolti. Gli arsenali militari e nucleari sono stati incrementati in qualità distruttiva e in quantità. È rimasto in piedi l’equilibrio del terrore, fondato sempre sulla deterrenza. Se consideriamo che queste sono le dottrine strategiche di sicurezza che utilizzano Stati Uniti e Russia, è del tutto evidente che quest’ultima non accetterà mai l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e il dispiegamento alle proprie frontiere di missili nucleari a 150 chilometri da Mosca. Sarebbe l’alterazione della strategia di sicurezza mutuamente riconosciuta fino a oggi dalle superpotenze nucleari. Eppure è proprio questo che ha detto Biden, ed è questo che pretendono gli Stati Uniti con scelte bipartisan, che su questo unificano sia i Democratici che i Repubblicani.

Biden ha elaborato il “Programma di Politica Estera” della sua Amministrazione. Non si è trattato solo del programma del Partito Democratico, ma anche del Partito Repubblicano, che ha integrato il “Gruppo per il Programma” con 130 suoi alti funzionari e condiviso le analisi e i risultati finali. Risultati che sono stati messi nero su bianco dallo stesso Biden in un articolo pubblicato nella rivista "Foreign Affairs" di aprile 2020. Titolo significativo: “Perché l’America deve guidare di nuovo”. “Rafforzeremo la Nato –-scrive Biden – chiederemo agli alleati Nato di aumentare le spese per la difesa, manterremo la più potente forza militare del mondo, per contrastare l’aggressione russa mantenendo affilate le capacità militari e per fronteggiare le azioni offensive della Cina”. Chiaro? Chiarissimo. Folle? Sì, assolutamente folle. Quelle di Biden appaiono le gride manzoniane di un vecchio guerrafondaio, già arrivato alla fine della corsa a poco più di un anno dalla sua elezione. Trump è ormai il dominus incontrastato del Partito Repubblicano; dai sondaggi è largamente in testa nelle elezioni di mid-term di fine anno. I Democratici perderanno la maggioranza del Senato, che oggi mantengono per un solo voto di scarto. Ma la sconfitta ben più grave si prospetta alle presidenziali del 2024, con la vittoria di Trump, o di uno dei suoi cloni, da Pompeo a Cruz. L’irruzione di un personaggio come Trump ai vertici del sistema statunitense dimostra che il Paese sta attraversando non una crisi di fase, ma una crisi di sistema che ha già prodotto l’assalto al Campidoglio e uno scontro a tutti i livelli, che rischia di destrutturare l’intero apparato politico, istituzionale e amministrativo statunitense. Altro che comando del mondo, sarà tanto se riusciranno a governare i processi interni. Ma non ci rassicuri la debolezza, perché la Storia ci insegna che è proprio quando un Presidente o una nazione sono deboli che si tende a spostare il conflitto all’esterno, con la guerra.

Usa-Ue, grande risultato: hanno unificato Russia e Cina.

Intanto gli acuti strateghi eurostatunitensi un risultato lo hanno già ottenuto: unificare sul piano politico, commerciale e militare Russia e Cina. Con lo storico patto firmato all’inizio di febbraio le due potenze vanno oltre la semplice alleanza, spostano l’asse del governo mondiale a est, siglano un impegno strategico per la costruzione di un “multilateralismo vero per migliorare la governance globale”, per rafforzare “il sistema commerciale multilaterale contro approcci unilaterali e protezionisti”. Si oppongono alla espansione della Nato, oltre a firmare un megacontratto per la fornitura di gas alla Cina per dieci miliardi di metri cubi all’anno. A dimostrazione che il problema energetico ce l’abbiamo noi europei, non la Russia. Poiché se è vero che l’Ue è il principale acquirente di gas russo, la Russia ha tutte le possibilità di diversificazione nella vendita, mentre noi non ne abbiamo alcuna nella diversificazione degli acquisti. L’approvvigionamento di petrolio e gas ha bisogno di pipeline e terminali che si costruiscono in anni, non in settimane. Per questo la Germania, che si approvvigiona al 75% di gas russo, non ha alcuna intenzione di alzare il livello dello scontro e non invia truppe né armi in Ucraina o nel fronte est. Al contrario di quello che hanno fatto altri Paesi, Italia inclusa. Senza alcuna informativa né discussione parlamentare. Forse anche l’Italia avrebbe dovuto sostenere una linea negoziale più conveniente e più responsabile. Invece, in piena discussione sulla elezione del Presidente della Repubblica, abbiamo ascoltato statisti come Di Maio e Enrico Letta affermare con maschia arroganza che il candidato presidente “deve avere un profilo marcatamente e convintamente atlantista”. Neanche europeo, atlantista! D’altra parte chiedere coraggio a Enrico Letta è come pretendere che don Abbondio diriga la resistenza di Stalingrado. Così come a Di Maio. Per fortuna ci ha pensato Draghi a smentire entrambi, con un una telefonata a Putin, impegnandosi per una soluzione negoziale e assicurandosi il flusso di gas russo verso il nostro Paese. Almeno lui i numeri li conosce. Il 12% (percentuale della popolazione di Europa, Stati Uniti e Canada) non è il tutto. ◘

di Luciano Neri


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