Lunedì, 16 Maggio 2022

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La chiesa deve tornare alla sorgente

Dossier. Intervista a GIANNINO PIANA, teologo, moralista

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Con Giannino Piana, già presidente dell’Associazione Teologica dei Moralisti Italiani e docente di Etica cristiana all’Università di Urbino, parliamo delle prospettive aperte dal Sinodo.

Papa Francesco ha indetto un Sinodo per chiamare a raccolta i cattolici del mondo intero: con quali obiettivi?

«L’intento del Papa è di mettere in atto l’esercizio della sinodalità, rivolgendosi all’intero popolo di Dio per avere una chiara verifica della situazione attuale, senza intermediazioni. Questa strada esige evidentemente tempi lunghi e condurrà inevitabilmente a esiti diversi a seconda delle diverse Chiese, le quali presentano livelli diversi di secolarizzazione. Vi sono infatti situazioni in cui il fenomeno è più accentuato e altre in cui è meno profondo. Questo metodo è in ogni caso molto importante per consentire al Sinodo di avere una vasta panoramica dei problemi emergenti e poter rispondere a essi in modo adeguato».

A suo parere il Sinodo potrebbe limitarsi alle questioni istituzionali o cercare di riprendere un’esperienza spirituale più profonda? È un rischio che può correre anche la Chiesa italiana?

«Personalmente non condivido l’opinione di chi si preoccupa delle sole questioni istituzionali. Ne comprendo la rilevanza: basti pensare soprattutto in Europa alla drastica diminuzione di clero e perciò all’esigenza di una riforma della gestione della vita delle comunità cristiane. Penso tuttavia che l’accento principale vada posto su altre questioni. La crisi che stiamo attraversando è una crisi di fede. La domanda religiosa è sempre meno presente nella coscienza delle persone, dei giovani soprattutto. Occorre risuscitarla, risalendo alle radici, ricostruendo cioè quei valori umani come il senso del mistero, la gratuità, la fraternità, che sono le precondizioni della stessa fede. Questo esige una profonda revisione del modo con cui avviene l’annuncio, recuperando la radicalità evangelica e mettendola in rapporto con le esigenze dell’uomo di oggi. Si tratta, in altre parole, di modificare in profondità il vissuto ecclesiale e di puntare sulla formazione delle coscienze».

La secolarizzazione ha profondamente trasformato la società. Siamo di fronte a una decostruzione del cristianesimo, oppure a una svolta che recupera il senso del mistero e la dignità dell’uomo?

«Ambedue le cose. Il pericolo di una decostruzione del cristianesimo è reale. Una società secolarizzata è una società nella quale i criteri in base ai quali avvengono le scelte sono sempre più estranei ai valori cristiani. Prevalgono infatti logiche come quelle del mercato, dell’utile produttivo e della ricerca egoistica del proprio interesse, che sono in netto contrasto con il messaggio evangelico. Ma vi è in tutto questo un risvolto positivo. La secolarizzazione rappresenta anche uno stimolo a un rinnovamento della Chiesa; la obbliga a tornare alle proprie sorgenti, ad andare controcorrente, dando testimonianza della bellezza dell’adesione alla logica evangelica».

Riprendendo l’espressione di don Michele Do, lei parla di una Chiesa da amare. Quale sarebbe secondo lei l’autentico volto della Chiesa?

«Di certo non quello di una Chiesa delle regole o della colpevolizzazione, per molto tempo prevalente e dalla quale non si è ancor oggi del tutto usciti. E questo non solo perché quel volto è talora proposto a livello gerarchico, ma perché vi è anche una domanda dal basso, sia pure da una parte limitata del popolo di Dio, che si aspetta che la Chiesa detti regole precise per tutte le situazioni personali e sociali. La mia visione della Chiesa è, all’opposto, quella di una Chiesa libera, aperta all’azione dello Spirito, in cui si renda trasparente l’amore di Dio come illuminazione dell’esistenza. Da questa visione discende una concezione della vita cristiana come sequela di Cristo, come impegno a vivere le beatitudini del discorso della montagna, che non sono regole giuridiche, ma proposte ideali, indicazioni di mete che non possono mai essere del tutto raggiunte, ma che obbligano a un cammino di continua conversione».

la chiesa deve tornare alla sorgente febbraio 2022 3La Chiesa è il segno di una realtà più grande, nonostante tutte le miserie. È ancora capace di servire gli ultimi e di esprimere ancora la bellezza? Il Sinodo è un primo passo in questa direzione?

«In alcuni ambiti della Chiesa, anche di quella italiana, l’attenzione alle categorie più povere senza dubbio esiste. In questo lungo periodo, non ancora ultimato, di pandemia, diverse associazioni, e i n primo luogo la Caritas, hanno affrontato con grande dedizione le situazioni di nuove povertà. Le misure istituzionali non sono mancate, ma hanno lasciato scoperte alcune frange della popolazione, rendendo necessario l’intervento del volontariato. Questa immagine di una Chiesa impegnata ad andare incontro alle esigenze dei più poveri è uno degli elementi che ne rendono trasparente la bellezza. C’è da augurarsi che il Sinodo imbocchi questa strada».

In questo scritto lei insiste sulla bellezza. Perché?

«Perché penso che il “bello” sia l’elemento che rende attraente la verità, facendola uscire dalla tentazione del dogmatismo, e che riscatta la morale dal rischio del moralismo. La vita cristiana non è una vita in cui centrale è il sacrificio; è una vita bella, trasfigurata, che anticipa la vita dell’aldilà, quando entreremo nella pienezza del Regno».

Antonio Rosmini parlava delle 5 piaghe della Chiesa. Quali sarebbero secondo lei?

«La piaga che ha ancor oggi una certa consistenza è quella del potere. In passato la Chiesa aveva una particolare influenza sulle scelte della società civile. Oggi, grazie alla secolarizzazione, questa influenza si è molto ridimensionata. Ciò non toglie che la tentazione persista. Solo diventando povera e libera da ambizioni di potere, la Chiesa può diventare un segno di speranza per l’intero genere umano». ◘

SERVIZIO DOSSIER a cura di Achille Rossi


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