Lunedì, 16 Maggio 2022

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Vite in attesa

Migranti. Due giovani volontarie tifernati nell'inferno dell'isola di Lesbo raccontano.

silvia romano2

Se chiedi a Mohammed di raccontare la sua vita al campo, ti dirà che tutto è complicato e che ogni episodio della sua vita quotidiana è condizionato da fattori esterni, sui quali non possiede alcun potere. La mattina, per esempio, se ha un appuntamento alle otto in ospedale, dovrà svegliarsi almeno tre ore prima per fare la fila per una doccia che molto probabilmente sarà fredda, avendo cura di tornare nella stanza senza svegliare i suoi cinque compagni di tenda. Sono le sei e mezzo e Mohammed dovrebbe essere già alla stazione dell’autobus che lo porterà in città, ma all’uscita del campo viene fermato al posto di blocco: sembra manchi sempre qualche foglio, permesso o lasciapassare. Dopo una serie di domande e di controlli, finalmente Mohammed esce, ma ormai l’autobus è già passato ed è costretto a camminare fino alla clinica che dista 5 km. Mohammed sarà in ritardo, eppure la colpa non è sua.

Questa è solo una delle tante storie che ci fa comprendere com’è la vita in un campo richiedenti asilo: niente dipende soltanto dalla tua volontà. I quasi 2.000 residenti del campo di Lesbo vivono perennemente in attesa, sia del responso sulla loro richiesta d’asilo, sia per le semplici azioni quotidiane che sono accompagnate da file lunghissime: usare i servizi igienici, lavare i propri vestiti, ricevere i pasti giornalieri o fare una doccia.

Lesbo, come del resto tutta la Grecia, ha una lunga storia di accoglienza dei migranti. A partire dal 2015 la rotta balcanica diventa la principale scelta per persone siriane, afgane e irachene che arrivano sull’isola, distante solo 26 Km dalla costa turca. Nasce così il campo di Moria, che in questa fase iniziale è ancora un semplice luogo di passaggio in cui si circola liberamente per poi proseguire verso l’Europa occidentale. La situazione inizialmente è gestibile, ma poi il numero dei profughi comincia ad aumentare sempre di più, fino ad arrivare a circa 750.000 nell’intera Grecia.

vite in attesa altrapagina mese marzo 2022 2Nel marzo 2016 l’Europa decide di intervenire con dei finanziamenti al Governo di Erdogan, necessari per l’assistenza e il contenimento dei migranti all’interno delle frontiere turche. Con questo accordo, inoltre, viene ridefinito il sistema di richiesta di asilo che prende il nome di“hotspot”: i campi diventano delle strutture di identificazione e registrazione (Reception and Identification Centre, Ric) dove i profughi sono trattenuti fino all’ottenimento dello status di rifugiato.

La situazione rimane pressoché stabile fino al 29 febbraio 2020, quando il Presidente turco decide di aprire di nuovo le frontiere in risposta a un mancato appoggio diplomatico dell’Europa. Nel campo di Moria si affollano, così, tantissime persone a tal punto che un luogo pensato per 3.000 individui arriva a contenerne circa 20.000. I tendoni bianchi dell’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati) non sono più sufficienti e le persone cominciano a stabilirsi nelle colline limitrofe in tende da campeggio o in piccole baracche.

La pandemia da Covid-19 e le conseguenti misure di contenimento decise dal Governo greco, che impongono un lockdown di 179 giorni per i residenti del campo, unite alla carenza di servizi igienici, di acqua potabile e di elettricità, rendono la vita lì “un inferno”.

Il tragico esito di questa situazione si manifesta con l’incendio della notte tra l’8 e il 9 settembre 2020 che rade al suolo l’intero campo. Per circa dieci giorni i residenti si riversano nella strada che collega il piccolo villaggio di Moria al capoluogo Mitilene, mentre il Governo si stava già adoperando per costruire quello che oggi è il nuovo campo di Lesbo: Ric Mavrovouni. La situazione per i migranti è sicuramente diversa, ma comunque problematica. A partire dall’estate del 2021 molte tende vengono sostituite da container e casette di plastica, il sistema elettrico è più stabile e i bagni chimici sono rimpiazzati da strutture più igieniche. Parallelamente, però, viene costruito un nuovo muro di recinzione molto alto, circondato da filo spinato: le persone continuano a vivere in una condizione di costante prigionia.

Gaia racconta

In qualità di ostetrica sono arrivata a Lesbo a maggio 2021 tramite un’organizzazione parmigiana chiamata “MAM Beyond Borders” e per sei mesi ho partecipato al progetto di supporto alla gravidanza e all’allattamento al seno. Tramite la conduzione di corsi di accompagnamento alla nascita ho avuto l’occasione di conoscere personalmente tutte le donne in gravidanza del campo e di assisterle a partire dal sesto mese di gestazione. Grazie al costante aiuto delle mediatrici culturali, ho avuto la possibilità di realizzare corsi per tutte le comunità presenti: afgana, siriana, congolese, somala ed eritrea.Ogni incontro è stato per loro un’occasione di confronto fra madri della stessa nazionalità ed è stato fondamentale per la creazione di rapporti umani e di supporto reciproco. Le donne che affrontano un processo di migrazione sono spesso aiutate dalla presenza della famiglia, ma molte di loro sono sole e il loro percorso è segnato da abusi, violenze e sfruttamento.

vite in attesa altrapagina mese marzo 2022 4Ogni settimana incontravo ciascuna delle ragazze incinte e, con l’occasione di una tazza di tè, si affrontavano insieme le diverse problematiche ostetriche. La competenza non solo “clinica” del mio lavoro mi ha permesso di creare dei legami forti con le madri con cui ero a contatto: il supporto all’avvio e alla continuazione dell’allattamento diventava anche un “pretesto” per non lasciarle sole nel post-partum, periodo spesso a rischio di depressione. In questo periodo, infatti, anche solo l’aiuto per il primo bagnetto del neonato può fare la differenza. Lavorando a stretto contatto con le donne, assieme alla coordinatrice, ci siamo rese conto della crescente necessità di sensibilizzare verso tematiche di salute sessuale e riproduttiva. Abbiamo così iniziato dei corsi informativi su ciclo mestruale, anatomia, prevenzione di gravidanza e malattie sessualmente trasmissibili, prestando sempre attenzione ai diversi approcci culturali e alle storie di vita di ciascuna. Per noi dell’organizzazione è stato un grande traguardo vedere la numerosa partecipazione di donne di ogni età. I progetti di educazione e prevenzione si sono rivelati importanti non solo per prevenire delle malattie, ma perché possono offrire alle donne i mezzi per compiere scelte consapevoli e assecondarne desideri e bisogni. Ancora oggi sono in contatto con molte donne, sia tramite un semplice messaggio, sia potendo incontrare chi, dopo lunghe attese, è riuscita ad arrivare in Italia tramite il corridoio umanitario.

Beatrice racconta

Ascoltando i racconti della mia amica Gaia, ho deciso di partire anche io per Lesbo, seppur per poco tempo. Ho contattato un’associazione norvegese che era in cerca di volontari e a gennaio 2022 ho raggiunto l’isola. Il mio compito, come quello di tutti i volontari che operavano con me, era quello di assicurare un sistema di lavaggio degli indumenti per l’intera popolazione del campo. All’interno del campo, infatti, non c’è un sistema di lavanderia e i residenti sono costretti a lavare a mano i propri vestiti. Il compito di noi volontari era quello di garantire a ogni famiglia la possibilità di avere gli indumenti puliti almeno una volta ogni due settimane.

Io vivevo nella città di Mitilene, ogni mattina mi alzavo alle sette e prendevo l’autobus che collegava il centro della città al campo con un tragitto di circa 15 minuti. Arrivata al campo dovevo indossare la divisa dell’associazione per superare i controlli all’ingresso: la polizia visiona costantemente le entrate e solo gli attori delle diverse associazioni hanno la possibilità di accedervi. Una volta entrata incontravo gli altri volontari in un punto prefissato del campo per programmare la giornata e da lì cominciava il nostro lavoro. Con noi collaborava anche una decina di ragazzi residenti, non eravamo solo volontari provenienti da Paesi europei, ma c’erano anche volontari che vivevano nel campo stesso. Il progetto, così, diventava anche un momento fondamentale per i ragazzi del campo, perché permetteva loro di scandire le giornate e impediva che si lasciassero abbandonare a una vita vuota e senza stimoli. I residenti del campo, infatti, vivono in una condizione di eterna attesa che a lungo andare toglie ogni aspettativa o progetto per il futuro e lascia spazio solo ad un peso psicologico devastante. Ci sono persone che aspettano anni prima di ottenere il visto da rifugiato e considerarsi finalmente libere. L’inverno, inoltre, mette ancora di più a dura prova la vita di tutti. Io passavo la maggior parte del tempo nella zona dove abitano gli uomini soli e ho potuto vedere con i miei occhi le loro condizioni di vita.

Tutti i ragazzi e gli uomini soli, a partire dai diciotto anni, risiedono in un’area dedicata, in cui sono stati allestiti alcuni capannoni in plastica, all’interno dei quali un lungo corridoio divide due file di tende. In tutto ci sono diciotto tende che possono ospitare fino a ottanta persone. Mancano la luce, il gas, ma soprattutto la privacy e questo crea spesso episodi di forti tensioni. Nella stagione invernale, inoltre, il freddo si fa insopportabile e l’unico modo per scaldarsi è utilizzare coperte di lana e stufe elettriche, le quali, però, provocano spesso incendi,  dato il materiale infiammabile dei tendoni. Solo a gennaio abbiamo assistito a due incendi, che nemmeno l’intervento delle forze dell’ordine è riuscito ad arginare e di cui restano solo cenere e macerie. In questi casi gli uomini e i ragazzi perdono tutto quel poco che possiedono. L’obiettivo del nostro progetto oltrepassava, dunque, il solo scopo pratico e concreto del lavaggio degli indumenti, ma tentava di coinvolgere i giovani residenti in modo tale da rendere la loro vita meno pesante e tentando di star loro vicini anche in momenti tragici come questi.

La nostra esperienza di volontariato non si è mai limitata alla sola partecipazione ad attività lavorative: queste mansioni sono state sempre accompagnate da momenti di condivisione e amicizia con le persone del campo. Entrare a contatto con le loro storie è stato toccante: in questo modo abbiamo superato qualsiasi barriera culturale, eravamo semplicemente giovani che condividevano sogni. Aver ascoltato in prima persona queste storie ci ha permesso di riportare a casa una consapevolezza più profonda dei privilegi che caratterizzano la nostra società occidentale, una comprensione maggiore del fenomeno migratorio e di tutte le dinamiche che lo determinano. Per questa ragione crediamo che sia urgente continuare a sensibilizzare i cittadini su queste tematiche, affinché luoghi come Lesbo non vengano dimenticati. ◘

Di Beatrice Novelli e Gaia Cagnacci


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