Lunedì, 16 Maggio 2022

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Contro la guerra

Il mio Trionfo durò finché i Tamburi

Ebbero lasciato soli i Morti

E allora abbandonai la mia Vittoria

E mortificata fuggii

Lì dove i Volti estinti

Conclusione mi tornarono

E allora odiai la Gloria

E desiderai essere Loro.

Quello che sarà è scoperto benissimo

Quando sarà anche stato –

Se la Prospettiva potesse sapere

di Retrospettiva

Le Tirannie degli Uomini

Sarebbero più Tenere, più divine

Verso il Transitivo –

Una contrizione di baionetta

Non è niente per i Morti –

(Emily Dickinson, 1212,

María Milagros Rivera Garretas, Vita d’amore e poesía,
VandA Edizioni 2021)

 

Non devi chiedere alla diplomazia per capire da che parte stare: Russia o Ucraina. Ogni guerra ci mette sempre in questo dilemma, ma questo dilemma è falso perché nel momento in cui stai con l’uno o con l’altro, stai alimentando il conflitto che potrà espandersi fino alle ultime conseguenze. Quello che noi donne proviamo è dolore e solo dolore, di fronte all’ennesimo esempio di quegli ambigui matrimoni celebrati tra patriarcato e potere.

Putin e Zelensky sono due patriarchi che pretendono di proteggere il proprio popolo. Come tutti i patriarchi; come un paterfamiliae che pensa di difendere la propria casa, senza sapere cosa si vive nella casa. Perché giornalisti e diplomatici non chiedono alle donne cosa sentono quando il loro ventre sanguina per la morte delle proprie figlie e figli e per i propri mariti? Perché, invece di chiederci da che parte stare, non rimaniamo a sentire il nostro dolore, sapendo che la vita di un popolo non è quella di un settore istituzionale, il Governo che pensa gestirlo, ma quella di chi sente e ama? In guerra si perde ciò che è veramente vita. Nella guerra tra Russia e Ucraina non perdiamo solo alcuni benefici economici; per questo è troppo poco spegnere tutte le luci per dire a Putin che possiamo vivere senza le risorse naturali russe. E, inoltre, chi ha spento la luce più tardi l’ha riaccesa per andare in bagno, per andare a dormire, per caricare il cellulare e così poter comunicare con altre e altri il giorno dopo. In guerra si perde molto di più delle risorse naturali; si perde la vita, quella vita fatta dal sentir piacere che noi donne amiamo tanto. Si perdono i fiori, gli alberi; si perdono gli sguardi amichevoli, si perde bellezza e quel piacere che solo la quotidianità sa regalare. I profumi di un luogo, le risate, il piacere di imparare, il piacere di festeggiare, di pregare non per paura ma per grazia. I giornali continuano a mostrare pateticamente foto di case distrutte. Una distruzione totale di mobili, dipinti, foto-ricordo spazzate via dal vento. Ma queste immagini non sono patetiche, sono reali; è ciò che fa una guerra: uccide la vita delle persone, anche quella di chi non morirà o non risulterà tra gli scomparsi. Oggi, come sempre, i protagonisti di questo gioco perverso sono questi due patriarchi che si credono padroni della vita dei loro popoli. Se l’Europa intende sostenere l’uno o l’altro, seguirà la stessa violenta logica della guerra e le sue orribili motivazioni patriarcali: distribuzione senza senso del potere e dei territori: conclusioni mi tornarono

E allora odiai la Gloria

“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù. ◘

di Antonietta Potente


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