Lunedì, 16 Maggio 2022

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Anche la guerra evidenzia i limiti della sinistra.

Ecco come hanno votato i deputati umbri e toscani.

silvia romano2

Non sembrava più possibile una guerra dalle caratteristiche novecentesche come quella in Ucraina, ma soprattutto non ci si aspettava il ritorno del rischio nucleare, che diventa ogni giorno più concreto.

Eppure tutte le premesse del nuovo scenario geopolitico post-guerra fredda erano già ben visibili. In particolare nel 1996 lo storico Samuel P. Huntington nel libro Lo scontro delle civiltà evidenziava i percorsi e le dinamiche che avrebbero determinato i nuovi assetti del mondo.

La Storia non era finita con il crollo del comunismo, come aveva ipotizzato Fukuyama, e gli esseri umani non si sarebbero più definiti sulla base di una ideologia o attraverso il sistema economico, ma avrebbero cercato la via dell’identità, del riconoscimento, si sarebbero riconosciuti sulla base della lingua, della religione, delle proprie tradizioni e costumi. Huntington, per cui i nuovi assetti mondiali sarebbero stati determinati dalle matrici culturali, evidenziava i punti caldi dei nuovi confronti lungo le “linee di faglia” tra le diverse civiltà del mondo.

Ex Jugoslavia, Cecenia, Sri Lanka, Sudan, Etiopia, fino alle tensioni secessioniste di aree regionali nel cuore dell’Occidente: Catalogna, Fiandre, Paesi Baschi, Irlanda del nord, Corsica. L’ultimo scenario della guerra in Ucraina è la conferma di questa tendenza.

La rinascita identitaria si ricompone sulle idee nazionaliste fondate sulla biologia del sangue e della terra, sul noi e loro, sulla gente da odiare perché diversa e distinta da noi come prova della nostra purezza identitaria, su una politica che porta al confronto minaccioso, alla rivendicazione, allo scontro che presuppone il riarmo e l’uso effettivo della forza.

Il dibattito inevitabilmente si è fatto totalizzante, confermando anche in quest’occasione che lo scontro in atto si muove sui registri del populismo panrusso, della Nato e del suo allargamento a est, una questione più di territorio, di appartenenza e di identità che un fattore prevalentemente economico, come era stato per altri conflitti. L’assurdità di eventi tanto gravi quanto inaspettati ha inasprito il dibattito e reso più difficile l’analisi e la sua comprensione, con l’evidenza della questione umanitaria che, come in altri casi, diviene quella più visibile, narrata, spettacolare.

Come noto, in ogni guerra la prima vittima è la verità, e la propaganda finisce con il prendere il sopravvento e travolgere il buon senso. Il sistema delle informazioni diventa terreno di confronto strategico, ma anche di divisione pro e contro, amici della Nato, amici di Putin, difensori dei valori occidentali e della democrazia o del dispotismo nazionalista russo-orientale.

Tutti temi ben noti e definiti nei testi di Edward Louis Bernays Propaganda e di Gustave Le Bon Psicologia delle folle, solo per citare quelle che furono le letture di riferimento dei grandi dittatori del Novecento. Testi che spiegano come in guerra l’apparenza e la manipolazione delle folle “da sempre hanno avuto un ruolo più importante della realtà”.

Purtroppo anche questa guerra ripropone lo stesso schema: invece di elaborare risposte utili per cercare la pace, stiamo cadendo nella propaganda più militante e ci facciamo travolgere dall’emozione, che in tutti questi anni non siamo riusciti a far diventare sentimento.

Abbiamo dovuto prendere atto dell’ambiguità dei giudizi o giustificazioni sul tema delle sanzioni, da più parti considerate sconvenienti in quanto rovinano gli affari e minano il benessere, perché, massima ipocrisia, sono applicate ai prodotti energetici, fornendo così al “nemico” un’importante fonte di finanziamento. Identità, rispetto, economia, propaganda, manipolazione diventano i temi del confronto bellico tra due imperi dalle diverse nature in un mondo ormai economicamente integrato e globalizzato, dove ogni evento genera contraccolpi ovunque e ogni fatto premia o penalizza l’uno o l’altro attore globale. Un mondo che comporterebbe il riconoscimento di uno scenario multipolare, con nuovi grandi soggetti come Cina e India, che rappresentano da sole quasi la metà della popolazione mondiale e si sono astenute in sede Onu dalle sanzioni alla Russia.

La guerra al centro dell’Europa costringe il mondo, e anche l’Italia, a riflettere, confrontarsi, comprendere e il confronto a Sinistra come sempre si fa esasperato e spigoloso, portando acqua al consenso della Destra.

Le divisioni sul tema della pace, da sempre un punto cardine della politica di Sinistra, con tanti distinguo e sfumature, lo schierarsi o non schierarsi, hanno messo in evidenza la confusione che regna sotto questo cielo, di cui ormai è persino difficile tracciare il perimetro. Pace e disarmo non sono diventati sentimenti comuni radicati, non sono diventati “pensiero profetico” e, per questo, emotività e indecisione hanno portato all’ambigua posizione: né con gli uni né con gli altri.

In Umbria la cosa diventa ancora più preoccupante, perché il terreno pacifista, costruito negli anni intorno alla Marcia della Pace Perugia-Assisi, al messaggio di Aldo Capitini e all’insegnamento di Francesco d’Assisi, pare sbriciolarsi sotto il peso della vacuità. La scarsa reazione alla guerra, la poca partecipazione, l’inasprirsi di divisioni rispetto alle posizioni da assumere e i comportamenti da tenere, hanno prodotto parole d’ordine confuse e generiche, una miriade di sfumature, spesso solo chiacchiere. Le declinazioni sulla partecipazione alla guerra, sull’invio di armi agli ucraini, sulla politica della Nato, fino al voto parlamentare sul riarmo dell’Italia, hanno aumentato ancora di più rancori e divisioni in tutta la Sinistra.

Se l’America è lontana, la Russia è vicina e l’Europa siamo noi, e questa nuova geopolitica identitaria, nazionalista e imperiale ci dovrebbe preoccupare molto, soprattutto dovrebbe preoccupare i giovani che di tutto ciò rimangono ignari spettatori e possibili sfortunati protagonisti.

Per questo devono essere sconfitti la propaganda, la manipolazione delle folle, i cattivi politici, i lobbisti, i corrotti e quelli che speculano sulle disgrazie altrui; serve pensare “altrimenti”, elaborare un pensiero capace di rompere gli schemi imposti dal debito, dai sacrifici, dalle convergenze pericolose, dai nazionalismi e dagli imperialismi. Un pensiero che abbia radici popolari, che nasca dai territori, dalle comunità; lì dove il popolo dell’abisso sembra non rassegnarsi a un destino già scritto, dove la società civile in mille modi e forme si fa resiliente e resistente, lì possono germogliare un pensiero e un agire generativo.

La guerra stessa costringe ad aprire gli occhi su temi fondamentali come l’informazione, la cultura, la conoscenza, la capacità critica, la corretta interpretazione dei fatti. La resilienza quotidiana offre molte esperienze positive e solidali, molte punte d’iceberg, ma sono troppo divise, sparpagliate, identitarie, mentre sarebbe necessario riunirle e provare a creare una voce nuova fuori dal coro e dal conformismo asfissiante. Si dovrebbe perciò provare a costruire una rete locale non istituzionale, partendo da una diversa informazione, un network fatto di riviste, siti web, blog, radio, tv. Partire da ciò che già esiste, nel campo dell’informazione resistente e alternativa, per provare a ricomporre conoscenza, appartenenza, condivisione, dibattito, partecipazione, per tentare di generare nuove attenzioni e nuove priorità; un nuovo pensiero per un nuovo progetto: un’altra informazione. ◘

di Ulderico Sbarra.


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