Martedì, 06 Dicembre 2022

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La guerra dimenticata del Corno d’Africa

Dossier: La guerera del grano.

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Sono migliaia le vittime del conflitto tra l’esercito federale di Addis Abeba e i ribelli il Fronte di liberazione (Tplf) che, da quasi un anno e mezzo, sta devastando non solo il Tigray, ma anche le regioni Amhara, Afar, Benishangul-Gumuz e Wollega. Con l’agghiacciante corollario di orrori, stupri e violenze di gruppo, compiuti su donne e bambini. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite parla di oltre due milioni di persone rifugiate o sfollate e di centinaia di migliaia ridotte alla fame. Secondo le stime del Programma alimentare mondiale (Pam), sono oltre 9 milioni coloro che necessitano immediata assistenza, con il 40% della popolazione del Tigray che a fine gennaio soffriva di una grave mancanza di cibo.

Sono migliaia le infrastrutture (centri sanitari, ospedali, complessi scolastici, centri religiosi e strutture di servizi pubblici) distrutte nel Tigray e nelle altre regioni in conflitto, senza contare le centinaia di migliaia di case rase al suolo. Uno spiraglio di speranza arriva dalla “tregua umanitaria a tempo indefinito”, annunciata il 24 marzo da Addis Abeba per consentire il flusso degli aiuti e alla quale il governo regionale tigrino ha risposto comunicando che “farà tutto il possibile per assicurarsi che questa cessazione delle ostilità sia un successo”.

Da notare inoltre che, dallo scoppio del conflitto in Tigray, si sono riaccesi gli scontri anche in altre regioni del Paese e sia Amnesty International che Human Rights Watch hanno documentato le violenze estese a varie zone dell’Etiopia; nelle zone amministrative di Metekel, Kamashi, Asosa ed East Wollega, tutte aree dell’Etiopia occidentale, violenze e combattimenti sono all’ordine del giorno.

Tigrini e Oromo nel mirino.

Nel 2021, il Parlamento aveva approvato la formazione di una Commissione per il dialogo nazionale, al fine di preparare la strada ad un nuovo consenso per ristabilire l’integrità del Paese. L’esclusione dalla commissione sia del Fronte tigrino (Tplf) che del Fronte di liberazione Oromo, considerati dal Governo movimenti terroristici, ha fatto sì che la commissione non abbia conseguito alcun risultato atteso. Secondo le stime delle Nazioni Unite, nei mesi in cui vigeva lo stato d’emergenza introdotto in novembre e revocato il mese scorso, i civili tigrini arrestati o incarcerati sono stati almeno 15mila. Oltre 30mila quelli detenuti dopo essere stati rimpatriati dall’Arabia Saudita tra dicembre 2020 e giugno 2021, in quella che le organizzazioni per i diritti umani definiscono una sistematica “persecuzione su base etnica” in corso dallo scoppio del conflitto.

Instabilità e incertezza restano pertanto le condizioni in cui versa il Paese. Intanto, sul confine tra la regione del Tigray e l’Eritrea si registrano combattimenti quasi quotidiani, in particolare a Badme e Rama, e da Asmara, alleata del governo etiopico, arrivano notizie di nuovi rastrellamenti di giovani da arruolare forzatamente nell’esercito. Il 17 maggio il ministro degli esteri eritreo aveva accusato il Tplf di preparare un’offensiva oltreconfine, «con la benedizione e il sostegno delle potenze occidentali». ◘

di Achille Rossi


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