Giovedì, 08 Dicembre 2022

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L'Aquila e il dragone: scontro finale

Politica internazionale. Il conflitto Usa e Cina si accende nell'Indopacifico.

silvia romano2

La democrazia, che della buona politica dovrebbe  essere  fondamento, è in crisi a livello globale. Per effetto di una globalizzazione ingiusta e fallita, di una finanziarizzazione dell’economia che, almeno dagli anni ’80/’90, non produce più ricchezza intellettuale e materiale ma speculazione; allarga la povertà dei tanti e lo strapotere impunito e criminale dei pochi ultraricchi; contrappone il miliardo di umani che abitano il nord del pianeta ai restanti 7 miliardi che non sono più disposti a subire la nostra oppressione, lo sfruttamento dei loro territori e la rapina delle loro risorse naturali. Sette miliardi di persone che, cosa che facciamo finta di ignorare, ci odiano sempre di più.

La geopolitica invece non è la scienza del cambiamento, ma il metro di analisi che misura gli interessi strategici, economici, commerciali delle singole nazioni. Se la politica, attraverso la democrazia, non produce i cambiamenti necessari, la geopolitica degli Stati finisce per generare conflitti che possono degenerare in guerre. Specialmente in una fase storica come questa, nelle quale qualsiasi pur relativo elemento di diritto internazionale e qualsiasi istituzione deputata al rispetto dello stesso (Onu in primis) è evaporata per lasciare spazio all’uso esclusivo della forza come strumento di regolamentazione dei rapporti tra le nazioni e come mezzo ritenuto indispensabile alla difesa dei, “vitali interessi strategici nazionali”.

In questo quadro l’Europa ha rinunciato alla sua responsabilità su scala globale, assumendo, con la scelta “atlantica”, la subalternità agli Stati Uniti, alla Nato e alle sue pulsioni riarmiste e militariste su scala globale, mettendo a rischio la sua sicurezza e la pace mondiale.

Mar Cinese meridionale e Taiwan: centro del rischio bellico globale

È dentro questa serie di criticità inascoltate che sta avanzando la guerra vera, quella mondiale, tra Stati Uniti e Cina. Una guerra che oggi non è combattuta con eserciti, aerei e carri armati, ma con armi, come quelle cibernetiche ad esempio, che possono infliggere danni al nemico altrettanto gravi. Ma che presto potrebbe diventare una guerra estesa, non più per procura (Ucraina, Siria, Iraq …), ma combattuta direttamente tra Stati Uniti e Cina. E quelli sì, allora, sarebbero i primi passi verso la Terza guerra mondiale.

Per la Cina il confronto su Taiwan era previsto in un futuro prossimo, sulla base del principio “una sola Cina, due sistemi”. E, possibilmente, per arrivare a una soluzione negoziata e senza alcuna invasione né conflitto bellico. Le dinamiche internazionali purtroppo rischiano di rendere il confronto drammaticamente ravvicinato e segnato da uno scontro anche sul piano militare.

La decisione su Taiwan verrà presa dai cinesi a ottobre, in occasione del Congresso del Partito Comunista, nel corso del quale il Presidente Xi Jinping si ripropone per un inedito terzo mandato che, se gli venisse accordato come sembra, gli darebbe una forza e una importanza sul partito e sulla nazione pari a quella che ebbe Mao Tze Tung.

La Cina è una realtà complessa, diversa da quella occidentale, ma il nostro piccolo e deformato binocolo impedisce di vedere quello che realmente sta accadendo. Su Taiwan in Cina c’è un dibattito largo e complesso. C’è chi crede ancora possibile un accordo negoziale sulla base dei trattati firmati tra Stati Uniti e Cina e sulla base della risoluzione Onu 2758 del 1972, che riconoscono “una sola Cina” e Taiwan come la 23esima provincia e parte integrante della Repubblica Popolare. Ma c’è anche chi chiede un intervento immediato e diretto per ricondurre, formalmente e sostanzialmente, Taiwan sotto la madrepatria. Chiedono che l’iniziativa sia accelerata adesso, prima che basi Nato e missili nucleari americani siano installati sull’isola, determinando il blocco marittimo e commerciale della Cina. E spingono perché sia fatto in questo momento poiché considerano l’assalto al Campidoglio, la guerra in Ucraina e il drammatico scontro interno in previsione delle elezioni di novembre fattori di debolezza e di declino della superpotenza americana.

Molti analisti cinesi sono portati a credere che queste condizioni di difficoltà mettano gli Stati Uniti in condizione di non poter sostenere una guerra contro la Cina per Taiwan. È pur vero che, non da ieri con Trump, ma da tempo negli Usa mettono in discussione l’utilità per l’America di avere un impero così esteso, con responsabilità e costi enormi, e con larga parte del popolo americano non più disposto a pagarne il prezzo. Personalmente ritengo l’azzardo su questa seconda opzione estremamente pericoloso, perché la Storia ci insegna che le guerre, che prima nessuno sostiene di voler fare, una volta che scoppiano dilagano e diventano incontrollabili.

Le guerre non si vincono, si fermano

Gli effetti negativi di un conflitto tra Stati Uniti e Cina sarebbero incalcolabili. Se consideriamo che la crisi energetica, economica, sociale, ambientale ed esistenziale che sta investendo l’intero pianeta e miliardi di persone in questo momento, nasce da un conflitto geograficamente limitato, il Donbass, a sud di un Paese come l’Ucraina, geopoliticamente di una qualche importanza, ma abbastanza irrilevante nel confronto con il resto delle Nazioni del mondo, possiamo immaginare quali sarebbero gli effetti devastanti, per miliardi di esseri umani e per la pace mondiale, di un conflitto diretto tra Stati Uniti e Cina. Non è necessario avere la palla di vetro per vedere i rischi dell’immediato futuro, come non era particolarmente difficile comprendere che le dinamiche di scontro crescente tra Stati Uniti, Russia e Nato  sarebbero prima o poi degenerate in un confronto diretto, prevedibile quanto evitabile.

Per la Cina Taiwan è un passaggio indispensabile non tanto per la narrazione nazionalistica, quanto perché riprendere Taiwan è l’unica possibilità di guadagnare il libero accesso all’Oceano Pacifico, annullando il controllo americano all’interno del Mar Cinese meridionale, lungo tutta la prima catena di isole che circoscrive questo mare e che costituisce per la Cina una vera e propria “linea rossa”. Una cortina di ferro marittima che va dalle isole della penisola coreana, passando per il Giappone, Taiwan, le Filippine fino alla Malesia (vedi mappa 1) e che, se controllata dagli Stati Uniti, costringerebbe la Cina ad avere una libera agibilità solo nel limitato specchio d’acqua di fronte alle sue coste. In quest’area transita il 70% delle merci del mondo. La Cina, fabbrica globale, ha il bisogno vitale di vendere, e pertanto di commerciare.

Una pressione di tale portata la Cina non potrebbe mai sopportarla dal punto di vista geostrategico, economico, commerciale. Da parte loro gli Stati Uniti, attraverso il riarmo di Taiwan e la pressione militare sull’Indopacifico, stanno tentando di impedire alla Cina di diventare potenza marittima.

Da questi fattori nasce il rischio maggiore della guerra. Non si affronta la nuova dimensione del mondo, irrimediabilmente plurale e multipolare, con un pensiero antico, pensando che una sua democratizzazione non passi per il disarmo convenzionale e nucleare e per la rimessa in discussione di una abnorme concentrazione di potere e di ricchezza. La Cina, ma nessuna nazione, è in grado di rappresentare da sola il nuovo centro fondamentale di un nuovo ordine internazionale. Ma senza il dialogo con la Cina un nuovo ordine internazionale non potrà nascere. Deve tornare in campo la politica, come arte di comprendere e rispettare il pensiero e i valori degli altri. È una crisi di tipo nuovo quella che stiamo affrontando, una crisi esistenziale per il genere umano. Nel passato crisi di questa natura sono state risolte con la guerra. Oggi non può più essere così. ◘

di Luciano Neri


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