Giovedì, 08 Dicembre 2022

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Martin Kimani, ambasciatore del Kenya.

Discorso pronunciato all’Onu il 21 Febbraio 2022.

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“Il Kenya, come quasi ogni altra nazione africana, è un Paese nato dalla fine degli imperi. I nostri confini non sono stati tracciati da noi, ma a Londra, a Parigi, a Lisbona, senza alcun riguardo per gli insediamenti delle antiche nazioni, i cui territori sono stati divisi e sventrati. 

Oggi, al di là dei confini di ogni singolo stato d’Africa, vivono comunità con le quali condividiamo profondi legami storici, culturali, linguistici. Ma se, al momento dell’ indipendenza, avessimo scelto di creare degli stati basati sulla omogeneità etnica e razziale, avremmo innescato decenni di guerre sanguinose. Invece abbiamo deciso di tenerci i confini che ci erano stati assegnati senza consultarci e di non interpretarli come barriere, ma come una sfida per perseguire una integrazione politica, economica e sociale a livelli più ampi e più alti. 

Al posto di formare nazioni con lo sguardo rivolto al passato, sulla base di una pericolosa nostalgia, abbiamo deciso di guardare al futuro, alla ricerca di una grandezza che nessuno dei nostri popoli ha mai ancora conosciuto e nessuna delle nazioni originarie sarebbe stata in grado di sognare. Abbiamo scelto di seguire le regole dell’Organizzazione per l’Unità Africana e lo Statuto delle Nazioni Unite, non perché i nostri confini ci soddisfano, ma perché vogliamo qualcosa di più grande, forgiato nella pace. 

Crediamo che tutti gli stati nati dagli imperi che si sono sfaldati o si sono ritirati, hanno al loro interno una molteplicità di popoli desiderosi di integrazione con i popoli circostanti. Questo è normale e comprensibile; in fin dei conti chi non vuole unirsi con i propri affini con i quali condividere e realizzare progetti e visioni comuni? Ma al tempo stesso il Kenya ha rigettato questa scorciatoia alla convivenza, specialmente laddove comporterebbe il ricorso alla violenza e alla guerra. Dobbiamo agire nel senso di una più ampia inclusività, in modo tale da non incorrere in nuove forme di dominazione e di oppressione”.

Redazione l'Altrapagina.it


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