Giovedì, 08 Dicembre 2022

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E se oscurassimo il sole?

silvia romano2

In questa torrida estate, che ha visto punte di calore e di siccità davvero preoccupanti, il problema ambientale ritorna all’ordine del giorno. Ne parliamo con Paolo Cacciari, studioso di ecologia, al quale chiediamo una risposta stringente.

Lei ritiene che dobbiamo ricorrere alla tecnologia per risolvere la questione climatica? Lei pensa che questa sia una strada percorribile?

«Mi viene in mente l’espressione di Ivan Illich il quale sosteneva che ci sono due tipi di tecnologie: quelle disabilitanti e quelle che potenziano le capacità umane. Io non sono tecnofobo e penso che sia giusto ricercare innovazioni tecnologiche utili a mitigare le pressioni antropiche e migliorare la sostenibilità degli ecosistemi (carriyng capacity): penso alle energie rinnovabili, ma le tecnologie da sole potrebbero essere una tragica illusione.

Sto leggendo una bella raccolta di scritti di Giorgio Nebbia (Marino Ruzzenenti. Giorgio Nebbia. Precursore della decrescita. L’ecologia comanda l’economia, Jaca Book, 2022) che studiava l’impatto dei processi produttivi sull’ambiente naturale e parlava di “trappole tecnologiche”. Le tecnologie da sole, senza un coerente inserimento all’interno del sistema socioeconomico, generano l’illusione di una possibilità di crescita delle produzioni senza fine».

Porta come a esempio i motori delle auto dell’ultimo modello: «Consumano meno benzina di quelle di un tempo, ma se questo risparmio lo impieghiamo per fare più chilometri, il beneficio è vanificato. Dunque bisogna agire sia su tecnologie meno impattanti sia sul piano sociale e sulle abitudini, i comportamenti di consumo di ciascuno».

Chi sono gli “apprendisti stregoni” che si preparano a oscurare il sole per modificare le leggi della natura, invece di mettere in discussione i combustibili fossili da cui dovremmo congedarci?

«Qui c’è la scesa in campo delle geo-bio-nano-tecnologie, in particolare della geoingegneria, che – a mio parere – ha superato il campo della liceità morale. Non si tratta di scienziati pazzi che si credono Dio e credono di completare il compito della creazione divina, inventando nuove materie e nuovi ibridi viventi. Si tratta di un sistema e dobbiamo cominciare a chiamarlo per nome; è un sistema capitalistico che ha alla base una sua logica, quella della crescita infinita ed esponenziale, della ricerca del massimo profitto economico da accumulare per rinvestire sempre in nuove produzioni.

È una spirale perversa che porta all’estrattivismo, allo spremere la Terra come un limone per far uscire l’ultima goccia di petrolio, di materia, di energia. Questa logica espansiva della “crescita per la crescita”, dell’economia di mercato porta a un processo di colonizzazione di ogni cosa, del vivente, del regno geologico, del regno della vita, al genoma umano e così via».

Paolo Cacciari parla dell’ingegnerizzazione dello spazio e dell’atmosfera.

«Le nuove tecnologie parlano della creazione di nubi artificiali con spray che dovrebbero portare alla diminuzione dell’irraggiamento solare, oppure alla fertilizzazione degli oceani per aumentarne la capacità di cattura della CO2. Siamo a un livello di manomissione del pianeta che per le nostre generazioni erano inimmaginabili, oltre che inammissibili. Questa potenza delle tecnologie, invero, l’avevamo già capita con l’invenzione della bomba atomica.

Il 6 agosto ricorreva l’anniversario di Hiroshima e avevamo già visto la potenza distruttiva di alcune tecnologie. L’impronta indelebile dell’Antropocene (le particelle radioattive sedimentate) non si ferma qui. Pensiamo ai pesticidi, alle tracce di micro particelle di plastica che sono state rinvenute in campioni di sangue umano».

Quale prezzo dovrà pagare la natura per colonizzare la stratosfera, gli oceani, il genoma degli esseri viventi? Cosa sta succedendo nell’aria secondo le informazioni di Elizabeth Kolbert?

«Questo libro della Kolbert (Elisabeth Kolbert. Sotto un cielo bianco. La natura del futuro. Neri Pozza, 2022) è un’agghiacciante inchiesta giornalistica. Lei va a parlare con questi centri di ricerca, alcuni, non a caso, finanziati da Bill Gates, e ci rende noto di quanto siano avanti nella volontà di manomissione dell’ambiente naturale. Secondo me, non c’è sufficiente allarme sulla pericolosità e sul rischio di queste nuove tecnologie e sulle conseguenze e i costi che può pagare l’umanità.

Temo che, se non daremo l’allarme, avremo effetti boomerang, retroazioni impreviste, come dicono gli scienziati, effetti collaterali non considerati. Il principio di precauzione andrebbe salvaguardato».

Lei ritiene che la tecnologia tenta di controllare la natura in maniera sempre più rigida e inflessibile? Perché?

«Qui c’è un problema antropologico, culturale, spirituale. Come concepiamo il "rapporto uomo-natura, cultura e natura". L’idea dell’essere umano come specie superiore, posta al vertice della creazione fatta a somiglianza di Dio per completare l’opera creativa è un’idea tragica, spaventosa, che è quella del dominio su tutti gli altri esseri viventi. Un’idea utilitaristica nel senso di pensare agli animali, a tutte le altre forme della vita in funzione dell’uomo, prive di un valore intrinseco e autonomo. Credo che ci sia una responsabilità che nemmeno papa Francesco ha toccato sino in fondo, quello dell’antropocentrismo che è già nell’Antico Testamento (Genesi 1,22) e fa a pugni con un altro tipo di cristianesimo, quello di San Francesco che è quello dell’armonia e della complementarietà».

Il suo è un invito a fare i conti con l’antropocentrismo e lo specismo della tradizione cattolica.

«Altrimenti ci sarà sempre qualche scienziato, qualche politico che dirà che è legittimo fare esperimenti o introdurre modifiche sul genoma umano o sulle irradiazioni solari per il bene dell’umanità. Un bene scisso da quello dell’ecositema visto in modo integrale, complementare.

Se non riusciremo a superare questa separazione duale e antagonista tra uomo-natura rimarrà sempre questa hybris prometeica del controllo-dominio sulla natura».

La tecnologia attuale si sforza di riprogettare il mondo. Fino a quando possiamo spingerci per riparare il pianeta?

«Dobbiamo non solo decelerare lo sfruttamento, ma, come dice Serge Latouche, invertire la rotta. Siamo noi che dobbiamo guarire attraverso un lavoro di introspezione dei nostri desideri, delle nostre esigenze per farle rientrare nell’armonia di funzionamento dei cicli vitali. Si tratta di un impegno colossale, come dice Bergoglio nella Laudato si', ci vuole una rivoluzione culturale, un’ecologia integrale, profonda, non solo di facciata ma integrata all’economia, alla società, agli stili di vita. Occorre una conversione e quindi anche una dimensione spirituale, antropologica, etica, senza la quale non si governa l’umanità. L’ecologia è un modo di pensare prima ancora che una scienza della vita.

Gli scienziati fanno del bene solo se hanno introiettato una dimensione etica, ma oggi la sola dimensione è quella del denaro, dei brevetti; il loro fine è inventare delle cose per poi brevettarle, che porteranno degli utili e dei benefici alle imprese che le useranno. Questa è la logica che imperversa anche dentro le università pubbliche. Nella competizione a-morale per definizione.

Non possiamo pretendere che vengano fuori tecnologie utili al bene comune». ◘

di Achille Rossi


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