Giovedì, 08 Dicembre 2022

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Mettere il clima al primo posto

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La crisi climatica è sotto gli occhi di tutti: siccità, incendi, smottamenti. Ne parliamo con Antonello Pasini, fisico climatologo del Cnr, che insegna all’Università di Roma.

C’è voluto l’accorato appello di un gruppo di scienziati per risvegliare la politica dal sonno dogmatico in cui è sprofondata?

«Speriamo che sia così e che si risvegli alla svelta. Purtroppo la politica italiana agisce sempre in emergenza; in questa situazione si può dare ristoro a un agricoltore che ha perso il raccolto, ma non si può fare molto di più. Ci sono invece molte cose che vanno programmate. Questo è il vero problema. Abbiamo di fronte un cambiamento climatico di origine umana, causato dalle nostre emissioni di gas serra in questi ultimi mesi, che portano non soltanto a un aumento di temperatura, ma a tutti gli altri impatti che vediamo. Quello che cerchiamo di dire alla politica è di mettere questo problema al primo posto, perché minerà il nostro futuro. Altrimenti le possibilità di successo della politica sono minime».

Dobbiamo adattarci a questi fenomeni?

«Non dobbiamo pensare che torneremo indietro con la temperatura, ma tentiamo di stabilizzarla di un grado e mezzo, prendendo i provvedimenti necessari per tutelare le persone. Dobbiamo pensare lontano per evitare scenari peggiori in cui non potremo più difenderci. Se i nostri ghiacciai a fine secolo perderanno il 90-95% della loro superficie e se non facciamo niente per diminuire l’emissione di gas serra, a quel punto le risorse idriche per il Nord Italia ce le siamo giocate. Queste due cose essenziali chiediamo alla politica».

Le nuove elezioni politiche possono spingere l’opinione pubblica a scelte più radicali di fronte al problema del clima. Occorre che i politici si assumano le proprie responsabilità e non rimangano inerti di fronte allo sfacelo che si sta preparando?

«La politica ha tempi lenti, ma speriamo che imbocchi un’altra strada. Abbiamo bisogno di statisti con la S maiuscola, che non pensino e non facciano campagna elettorale per il consenso a breve termine, ma che vedano il futuro dei prossimi decenni. Anche le nuove generazioni sono molto interessate a questo problema. Il cambiamento climatico può minare il benessere, la felicità del prossimo futuro, cosa che il vero politico deve porsi come obiettivo».

mettere il clima al primo posto altrapagina mese settembre 2022 5L’avanzata del cambiamento climatico può ridurre a un calo sensibile delle attività economiche e produttive. Quali interventi sarebbero necessari per salvaguardare la salute umana e l’ambiente?

«Sicuramente le due cose vanno insieme. Gli scenari peggiori vedono una riduzione del benessere e un’inversione del Pil, a cui guardano sempre gli economisti, anche se non credo che il Pil sia la giusta misura del benessere. Nella lettera che abbiamo scritto usiamo il linguaggio dei politici e diciamo che il Pil decrescerà.

Ho scritto un libro con il mio amico Grammenos Mastrojeni, Cambiamenti climatici, fame e migrazioni, il quale sostiene che quello che fa bene a te fa sempre bene anche all’ambiente. Basti pensare all’alimentazione: noi mangiamo troppi grassi animali che richiedono allevamenti intensivi che consumano molta acqua ed emettono una gran quantità di gas serra che fanno male all’ambiente, ma fanno male anche a noi. Con troppi grassi animali si alza il colesterolo, rischiamo l’infarto e l’ictus. Quindi agire per il nostro bene vuol dire agire per il bene dell’ambiente».

Lei ritiene che sia ancora possibile mettere in sicurezza un territorio come quello italiano, travagliato da terremoti, frane e abusivismo edilizio? In quale modo?

«L’impatto dei cambiamenti climatici sui territori dipende da tre fattori: da una parte la pericolosità e la violenza di questi eventi estremi, dall’altra la vulnerabilità dei territori (l’Italia tutta è a rischio frane, inondazioni e così via), e il terzo fattore altrettanto importante, che è l’esposizione nostra e dei nostri beni, e qui entra in gioco una cultura del rischio e della legalità. Se uno va a costruire una casa nell’alveo di un fiume o su un pendio franoso al di fuori del Piano regolatore – noi italiani abbiamo la mania di aggirare la legge tanto chi se ne importa –, questa è una furbata e viene tutto a mio vantaggio, invece però è un abuso e costituisce uno svantaggio per te, che ti può far perdere i tuoi beni o addirittura la tua vita.

Occorre fare una comunicazione corretta su questi temi e mettere in sicurezza i territori».

Ci sono politici italiani che parlano di sostenibilità ambientale, di ricorso ai combustibili fossili, di nucleare pulito? Quale è la sua opinione in proposito?

«Per limitare l’aumento delle emissioni di gas serra occorre limitare assolutamente l’uso dei combustibili fossili, nell’ordine: prima il carbonio, poi il petrolio, poi il gas naturale. Occorre quindi andare rapidamente verso le energie rinnovabili.

Ci sono delle iniziative collettive per creare delle comunità energetiche che sono molto interessanti e che il governo dovrebbe incentivare. I singoli cittadini in un quartiere, per esempio, si possono mettere insieme in modo tale da autoprodurre l’energia che andranno a utilizzare. Il supermercato, che di notte sta fermo, può produrre l’energia per raffreddare le case in estate.

Il nucleare, senza entrare in discussioni, ha un sacco di controindicazioni e le scorie sono un problema soprattutto in Italia. Non sappiamo dove metterle, perché nessuno le vuole. Le centrali nucleari, però, richiedono una militarizzazione del Paese, perché sono obiettivi per i terroristi. Le centrali di quarta generazione hanno il problema che non esistono, e comunque il nucleare è in decrescita nel mondo».

Effetto serra e effetto guerra. Qual è la tesi di fondo del suo libro?

«Questo mio penultimo libro l’ho scritto, come ho detto, insieme a un diplomatico del Ministero degli Esteri che si chiama Grammenos Mastrojeni. Per andare a valutare questo problema in varie zone, alla fine ci siamo concentrati sul Mediterraneo, sull’Africa e sull’Italia. Per esempio, abbiamo visto gli impatti climatici nel Sahel, che è una zona fra il deserto del Sahara a nord e la foresta pluviale a sud, da dove vengono 9 migranti su 10 di quelli che sbarcano in Italia del sud con i barconi. Abbiamo cercato di indicare delle soluzioni per la cooperazione internazionale.

L’ultimo mio libro si chiama L’equazione dei disastri, ed è dedicato all’Italia per vedere l’impatto nei territori italiani». ◘

di Achille Rossi


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