Giovedì, 08 Dicembre 2022

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Sul filo del rasoio

Sanità Alta Valle del Tevere

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La Sanità è in sofferenza in tutto il Paese, e quella Umbra non fa eccezione: carenza cronica di soldi, di personale e sovrabbondanza di politica, non sempre buona, hanno oscurato gli obiettivi di una legge considerate tra le più avanzate del mondo. Quella umbra ha avuto momenti di gloria, come esempio virtuoso di Sanità pubblica da imitare, assieme a quelle dell’Emilia Romagna e Toscana; oggi, con i suoi 150/200 milioni di euro di buco di bilancio, è prossima al commissariamento di tutte le Asl.

Il meccanismo di finanziamento è complesso: lo Stato devolve i sodi alla Regione, la quale li riversa sulle due Usl territoriali, perugina e ternana, che, a loro volta, li spalmano sugli ospedali distrettuali in cui è suddivisa l’architettura sanitaria. Oltre alle due Usl ci sono anche due Aziende ospedaliere: Azienda Sanitaria Santa Maria della Misericordia (Perugia) e Azienda Sanitaria Santa Maria di Terni, in cui si erogano servizi di alta specializzazione, le quali non usufruiscono di finanziamenti propri, ma sono finanziate dal numero complessivo di prestazioni che a loro vengono richieste dalle due Usl, più quelle derivanti da ricoveri extraregione.

Sono quindi  le Usl a finanziare le due unità superiori con i loro fondi di bilancio: tante le prestazioni richieste, tanto è il flusso di soldi che dalla periferia va a finire al centro, nelle casse delle due aziende ospedaliere. La loro attività è finanziata dalla Regione che impone alle Usl un “global budget” con un finanziamento iniziale che consenta la funzionalità della struttura. Con un miliardo e settecentomilioni di euro, oltre ai soldi messi in proprio dalla Regione nel 2021, non si è riusciti a coprire tutte le spese. La coperta è rimasta corta e la Sanità regionale, ponendosi come orizzonte il contenimento dei costi, deve far quadrare i conti, obiettivo che si scontra con la necessità di dare priorità assoluta alla finalità universalistica delle prestazioni, come previsto dalla legge istitutiva. Per questo occorrono i commissari. Trovare un equilibrio tra le due dimensioni risulta sempre più difficile.

sul filo del rasoio altrapagina mese ottobre 2022 2Le ragioni dello sbilancio sono molte, ma tra tutte spicca l’anomalo funzionamento dell’Azienda ospedaliera perugina (Ospedale della Santa Mria dell Misericordia), che funziona sia da ospedale di alta specializzazione, sia da ospedale di base dei perugini, una pompa idrovora che assorbe moltissime risorse. Il sistema è da tempo in fibrillazione e le soluzioni fin qui adottate non hanno rasserenato il panorama.

Il primo “avviso di sfratto” all’ospedale tifernate è arrivato con l’istituzione della Centrale unica degli acquisti per tutti gli ospedali a Perugia, per razionalizzare la spesa e liberare risorse finanziarie, togliendo tale facoltà ai singoli ospedali. A esso, recentemente si è aggiunto un secondo “avviso” riguardo alla centralizzazione della Farmacia interna che fornisce i presidi ai reparti. Se la prima ha avuto una ragion d’essere chiara e condivisibile, la seconda non è stata ben digerita soprattutto dagli operatori ospedalieri, che devono predisporre piani di fornitura dei presidi necessari, senza poterne disporre in modo diretto e in tempi rapidi, perché l’ordine deve andare a Perugia e da Perugia tornare a Castello. Ciò non significa che la Farmacia sia stata cancellata, ma che è stato creato un unico magazzino centrale di approvvigionamento per tutti. Il nuovo sistema è entrato in funzione da poco e i disagi risultano inevitabili: sarà l’esperienza, in prospettiva, a dire se si è trattato di una scelta coerente. A tutto ciò si aggiunge, a breve scadenza, una ulteriore centralizzazione di alcuni tipi di esami di laboratorio: i prelievi saranno fatti sempre nella sede locale, ma una parte di essi verrà processata a Perugia. Anche qui il ritornello è lo stesso: il tempo è galantuomo. Ma, se tutto deve convergere a Perugia, si fa strada il sospetto che alcune scelte siano in realtà modi surrettizi per portare acqua al mulino dell’azienda ospedaliera perugina, sempre più siccitoso, più che essere consigliate da criteri di risparmio.

La nota dolente viene invece dal personale, su cui vige ancora il blocco delle assunzioni: i pensionamenti non vengono sostituiti e le malattie prolungate pure, e senza esercito non si combattono le malattie. Con una dotazione organica al limite della funzionalità, basta una semplice assenza per malattia per far entrare il reparto o il sistema in area critica. Gli anestesisti da 20 sono ridotti a 16, per due dimissioni (hanno scelto di lavorare nel privato), un pensionamento e una unità di altro retarto non rimpiazzata. Senza anestesisti gli interventi chirurgici rallentano e si è dovuto ricorrere a scelte impopolari, ma necessarie, stilare una graduatoria degli interventi: prima gli interventi oncologici, poi gli interventi urgenti, poi tutto il resto, cosa che ha creato una lunga lista di attesa, anche se le sale operatorie sono tutte al lavoro.

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L’altra area critica è il Pronto Soccorso, il quale soffre sia per la carenza di personale, sia per l’uso improprio che viene fatto del servizio. L’80% degli utenti non vi dovrebbe accedere se funzionassero la medicina del territorio, le Usca, i medici di base, ecc., ma il sabato e la domenica, in particolar modo, il Pronto soccorso si riempie di accessi impropri. Per sopperire alle carenze di organico si è deciso di spostare il personale dai reparti al Pronto soccorso per un plus-orario, oltre quello normale, retribuito con gli straordinari. Ma non si può eccedere oltre certi limiti per legge, per cui è molto probabile il ricorso a personale esterno, medici-turnisti reperiti tramite cooperative, pagati a prestazioni giornaliere di circa 700/800 euro al giorno, il cui onere sarà molto pesante per le casse della Asl.

E che dire delle liste d’attesa che sono una vera e propria spina nel fianco dell’ospedale? In alcuni casi hanno raggiunto limiti insopportabili. Soprattutto per le endoscopie (350 in attesa), radiologia (il punto più critico), visite cardiologiche (150 persone in attesa); gli appuntamenti slittano di mesi, alcune risonanze magnetiche di anni. Un meccanismo che spinge necessariamente molte persone a rivolgersi direttamente al privato, ottenendo servizi a costi a volte molto alti ma in tempi “umani”. In più c'è un nuovo fenomeno: il combinato disposto di liste di attesa e ricorso al privato può indurre, soprattutto le persone anziane, a rinunciare a curarsi, cosa che  comincia a manifestarsi in modo preoccupante.

sul filo del rasoio altrapagina mese ottobre 2022 5Sulle liste di attesa le disfunzioni sono in parte indotte anche da una “cattiva educazione sanitaria”, ovvero dal ricorso eccessivo a esami di ogni tipo, molti di essi inutili, ma che vengono fatti su pressione del medico di base a sua volta pressato dall’utente. Inoltre, per alcuni servizi particolari (ginecologia, cardiologia, ecc.) gli utenti rinunciano alla prenotazione al Cup, se il medico che fornisce la prestazione non è quello di fiducia e quindi ricorrono alla cosidetta intramoenia, anche se esiste un limite di legge alle prestazioni che possono essere fornite dai medici ospedalieri per questo servizio. Su tutto incombe la mancanza cronica di strumenti tecnologici necessari: radiologia e risonanza magnetica. Quest’ultima lavora dalle 8 alle 20 della sera senza sosta, ma per coprire le richieste dell’utenza ne occorrerebbe un’altra. L’insieme prodotto dalla mancanza di personale, da leggi incoerenti, macchinari carenti si traduce nella percezione disfunzionale del sistema e nel ricorso al privato, che in questi tempi fa affari d’oro.

A Città di Castello intanto  è stato inaugurato un nuovo centro diagnostico, nel quale operano anche medici specialisti, finanziato con soldi di imprenditori privati del posto, i quali hanno capito che investendo nella Sanità privata si guadagna profumatamente (Il Sindaco ha tagliato il nastro alla cerimonia di inaugurazione, segno di una metamorfosi completa:  la politica santifica la Sanità privata ed è impotente sul versante di quella pubbica).

In uno di questi centri, che opera a Perugia, a Umbertide e Città di Castello, nel 2021 sono state eseguite 20 mila prestazioni, soldi e competenze sottratte al pubblico da quegli stessi medici che, avendo affinato la loro professionalità nelle strutture istituzionali, le mettono a disposizione del privato, facendo concorrenza alla casa madre. Una vecchia storia, ma che si sta dilatando a dismisura.

Prima dell’insorgenza pandemica l’ospedale disponeva di 30 posti di medicina e 16 di Residenze Sanitarie Assistite. Dopo il Covid i posti di medicina sono aumentati a 32 più 16 posti di lungodegenza. L’offerta si è positivamente dilatata, ma la Rsa non è stata riaperta e la lungodegenza non è sufficiente in una realtà in cui la popolazione anziana tende a crescere e le malattie croniche a prolungarsi. Inoltre nell’Altotevere la presenza di tali posti letto intermedi è inferiore a quella di altri territori. La Casa della Salute, che avrebbe dovuto contribuire a dare una risposta a questo problema, è stata giubilata in compagnia del Lascito Mariani, con buona pace dell’ex Sindaco Bacchetta e del suo, allora, vice e ora Primo cittadino Secondi. La “migliore gioventù” (sic!) della Sinistra locale ha costruito castelli intorno al Lascito Mariani, ma quei soldi li ha spesi la Destra regionale con tanti saluti e baci, lasciando a piedi il vecchio, e cadente, ospedale e gli anziani, con tutte le strutture del territorio, pubbliche e private, a loro dedicate, sature e con liste di attesa. Il sistema ancora tiene, ma per quanto ancora? Il collasso è dietro l’angolo, e forse sarebbe meglio lasciare da parte tagli di nastri e passerelle fotografiche con soubrette di turno per dedicarsi alla politica: quella vera. ◘

di Antonio Guerrini


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