Giovedì, 08 Dicembre 2022

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Quando ai tifernati facevano uggia le mura urbiche

Cronache d’epoca.

silvia romano2

Si dice che i tifernati vengano presi per romagnoli. Ma sarà vera? Perchë sucede? Gimo a fila.
Come si sa, l’Italia presenta varie aree linguistiche, da una delle quali proviene, ovviamente, anche la lingua comune nazionale. Gli idiomi che si trovano accanto all’italiano si discostano da questo in misura diversa, fin pure a risultare delle lingue a sé, strutturalmente. Uno di tali sistemi paralleli è l’emiliano-romagnolo. Esso è parte del gruppo dell’Italia settentrionale, un territorio linguistico che fa da cerniera con l’Europa neolatina occidentale, ossia con le lingue romanze della Francia e della penisola iberica. Una delle caratteristiche principali del Settentrione – con poche eccezioni – è la caduta delle vocali finali non accentate tranne a. Da ciò possiamo subito dire che le parlate castellane non appartengono al Nord, dato che, per esempio, si dice vènto e non vènt (per quanto non siano lontani dialetti di confine che mostrano una soluzione intermedia: già ad Apecchio si sente vèntə, con una vocale finale «indistinta» di tipo schwa1). Per essere come i romagnoli o gli emiliani mancano poi ancora molte cose, fra cui: la sonorizzazione di certe consonanti (in Emilia-Romagna «amico, pecora» si dicono amìg, pégura), i clitici (particelle che «ripetono il soggetto»), il loro modo di costruire le frasi interrogative e negative (cioè con l’inversione soggetto-verbo e la negazione messa in fondo) e ulteriori peculiarità fonetiche, morfologiche e sintattiche.

Alora ch’aémo de compagno ala Romagna? Innanzitutto le vocali accentate. La regina indiscussa è la a che si sposta verso è, quando non seguita in origine da consonanti doppie. La troviamo in päne o cäpra, con la particolarità che qui il suono che ne deriva è distinto tanto da a quanto da è (mentre nell’hinterland perugino e in zona aretina coincide con è esattamente). Dalla Romagna provengono quindi le vocali i, é, ó, u che si sono aperte, se prima di consonante doppia, come in drįtto, strëtto, sŏtto, frųtto, e quelle che si sono allungate, ossia è, a, ò, di nuovo prima di un’originale doppia. In castellano cittadino (come nel sangiustinese e nel dialetto storico di Sansepolcro) quest’allungamento è stato accompagnato dall’abbreviazione delle consonanti successive, per cui «Castello, matto, collo» si pronunciano Castèlo, mato, còlo. Va sottolineato che il passaggio finale non è avvenuto nell’intera valle, specie a ovest, tanto che in alcuni dialetti le doppie convivono amabilmente con le tre nominate vocali lunghe. L’interessante risultato di ciò, nelle varietà altotiberine di tipo «occidentale», è che nel distinguere le parole può essere determinante non solo l’apertura delle vocali, o la presenza o meno d’una consonante doppia, ma la durata delle vocali, fatto sconosciuto all’italiano! Esempi classici sono capèllo-capëllo («cappèllo, copricapo» e «capéllo, pelo del capo») e bòtti-bŏtti («bòtte, percosse» e «bótte, barile»): in questi termini le vocali accentate sono tutte aperte, ma la prima d’ogni coppia è lunga, la seconda breve. Non appartengono normalmente al Centro-Italia, inoltre, le e, o chiuse in parole come «bene, rosa».

Per concludere l’elenco degli eventi maggiori, si dirà che pure le s e le z (e in parte c e g «dolci») sono «romagnoleggianti», benché non siano identiche a quelle di Rimini (o Bologna). Per di più, in alta Umbria, nell’Aretino e nelle Marche settentrionali, come al Nord, ma diversamente dal Centro-Sud, manca il raddoppiamento sintattico (a parte casi specifici), ovvero ciò che in italiano fa dire arrivo a ccasa e non arivo a casa. È di natali romagnoli, infine, la preposizione «ma/me», usata in modi un po’ diversi a seconda delle parlate: vedo m‑a të, stò me‑quà.

Dŏnca, gn’arsumïämo o nå m‑ai romagnoli? Diciamo che i castellani possono effettivamente essere scambiati per romagnoli (e settentrionali in genere) quando parlano in italiano, date alcune caratteristiche fonetiche, ma nel complesso il dialetto rimane centrale. Usando una metafora si potrebbe riassumere così: se le Marche settentrionali sono arrivate a metà del viale che separa il condominio del Centro da quello del Nord, i tifernati si trovano ancora pienamente nel condominio del Centro; i casteläni, tuttavia, insieme a qualche altro condòmino, stanno sempre alla finestra rivolti allo stabile del Nord, in particolare all’appartamento della Romagna… deve staci calche bèla fiola o bèl fiolo, me sà!

PS: n sò si n ve ne sete acòrti, ma a sta òlta nn ò scrįtto n lugnanese, bensĕ ntu na parläta dele campagne piŏ vicine a Castèlo (ma sèmpre dele campagne, nå dela cità – e sèmpre n grafìa OMi‑L). C’èn dele cose che ’l fano acapì.

Alcuni riferimenti:

Dialetti Romagnoli. Pronuncia, ortografia, origine storica, cenni di morfosintassi e lessico. Confronti coi dialetti circostanti. Consulenza fonetica di Luciano Canepari, Verucchio: Pazzini 2016 (I ed. 2014), di Daniele Vitali e Davide Pioggia; Dialetti emiliani e dialetti toscani. Le interazioni linguistiche fra Toscana ed Emilia-Romagna e con Liguria, Lunigiana e Umbria. Prefazione di Luciano Giannelli. Appendice e consulenza fonetica di Luciano Canepari, Bologna : Pendragon 2020, di Daniele Vitali; Grammatica del dialetto di Lugnano nel Comune di Città di Castello-Perugia e testi esemplificativi della tradizione orale. Descrizione dei fondamenti dell’ortografia «dela Mìnima», sistema fonologico per l’area tifernate e oltre – Terza edizione, Amazon 2022 (I ed. 2019), di Matteo Nunzi. ◘

di Dino Marinelli


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