Domenica, 23 Giugno 2024

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Se le carceri sono una priorità

CARCERI/4.

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Nonostante le polemiche, inevitabili, nell’avvio del nuovo Governo, una buona notizia c’è: sembra che il carcere sia tornato all’attenzione della politica. Dopo 72 suicidi in carcere in questi 10 mesi, e la riproposizione, per lo più solo giornalistica, delle condizioni pesantissime di tanti Istituti di pena del nostro Paese, il nuovo ministro della Giustizia Carlo Nordio ha detto subito che “il carcere è una priorità”. È un buon inizio.

Cosa ne pensa Nicola D’Amore sovrintendente di Polizia penitenziaria presso la Casa circondariale di Bologna, “Dozza”, e dirigente sindacalista di Fns-Cisl?

«È un ottimo inizio, però bisogna vedere i fatti, come sempre. Di carcere finora si è parlato solo in momenti di “emergenza”, quando succedono fatti eclatanti: le rivolte e i suicidi soprattutto. L’ultimo di pochi giorni fa a Torino: un ragazzo di 22 anni arrestato per aver rubato delle cuffiette auricolari... in attesa di giudizio. Ci rendiamo conto? E’ una domanda che non può non scuotere le nostre coscienze. A suo tempo nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo sanzionò l’Italia per i “trattamenti degradanti” rivolti alla popolazione carceraria. Ma noi che in carcere ci stiamo tutti i giorni, l’emergenza la viviamo come una condizione “normale”. Il sovraffollamento innanzitutto: alla Dozza ci sono posti per poco meno di 500 persone; di fatto i numeri oscillano fra i 750 e gli 800. Gli educatori sono figure fondamentali per la riabilitazione dei detenuti: ne abbiamo 6, ora ne arriveranno altri 3. Ma sono pochissimi in proporzione. In tutta Italia questi sono soltanto 1000 a fronte di una popolazione di 55.000 presenze. Non esistono celle singole; i detenuti devono condividere con un compagno uno spazio di meno di 12 metri quadrati per camera da letto, cucina e servizi igienici. Le docce sono esterne e comuni. È accettabile? Chi vuole cucinare, deve utilizzare un fornello da campeggio».

Quali sono i problemi più gravi per la polizia penitenziaria?

se le carceri sono una priorita altrapagina mese novembre 2022«I problemi sono tanti e sono molto pesanti. Il carcere è un ambiente difficile, ovviamente. La maggior parte degli uomini che finisce in carcere proviene da situazioni di privazioni sociali, economiche e culturali profonde: sono persone che vivono da sempre ai margini della società. I “colletti bianchi” sono proprio rari. I poliziotti sono figure ibride, nel senso che oltre al dovere di far rispettare le regole, devono essere in qualche modo anche educatori (art. 5 comma 3 legge 395 del 1990) proprio perché sono presenti in carcere h. 24 e devono far fronte a problemi di ogni grado che nascono in questo contesto. Ci sono tensioni, disagi e sofferenze che sono veramente difficili da affrontare e persino da raccontare. Si deve convivere quotidianamente con un senso di impotenza malefico. C’è chi per difendersi mette una barriera fra sé e il carcerato, chi si porta a casa i problemi e cerca di risolverli, chi sta male, ma proprio male. Non è il caso di Bologna, ma in alcuni Istituti di pena si fanno turni fino a 12 ore… È disumano. Il tasso di suicidi nel nostro ordine è il più alto fra tutti gli altri ordini di polizia. Non è un caso. Bisogna essere molto preparati, molto motivati. È una condizione fondamentale. E questo purtroppo non accade. Ci sono agenti entrati in polizia penitenziaria prima della legge di riforma del ‘90, che hanno il diploma di 3^ media. Per essere assunti oggi, oltre al diploma di scuola superiore, è previsto un corso di 6 mesi: un percorso assolutamente insufficiente. Per fare questo lavoro sono necessarie molte competenze: bisogna avere buone capacità relazionali, conoscenze di giurisprudenza, di sociologia, di psicologia… E invece molti se ne vogliono andare: conseguono lauree o specializzazioni solo a questo scopo; per loro il carcere è un ambiente da evitare».

Lei come vive il suo lavoro?

«Mi piace il mio lavoro, lo faccio con passione. Mi metto nella piccola minoranza dei poliziotti che non vivono questa frustrazione. Sono curioso, cerco di capire il mio prossimo, lo studio. Partecipo con interesse agli incontri di équipe con i colleghi e con il direttore ogni giovedì per parlare dei singoli casi dei condannati. Il mio impegno è di prossimità, sia con gli agenti di polizia che con i carcerati. Mi piace parlare con loro, ascoltarli, cercare di aiutarli. Poi ci sono le responsabilità, i rischi… ma è un lavoro che ho scelto, che mi gratifica».

Dal suo punto di vista quali sono gli interventi da mettere in atto nel quadro di una possibile e auspicabile Riforma del carcere italiano?

«In realtà le leggi ci sono e sono buone; il problema è che non sono applicate! Mi riferisco alla legge 354 del 1975 sull’ordinamento penitenziario e poi la legge 395 del ‘90, di cui abbiamo già parlato. Comunque, per rispondere alla domanda sulle cose da fare, secondo me bisogna innanzitutto ripensare gli spazi. E collateralmente diminuire il numero dei ristretti. Se non c’è spazio non c’è vita. Non ci vuole molto per capirlo. Aumentare il personale di vigilanza e di assistenza psico-sociale. Nel nostro carcere ci sono soltanto due psicologi, che non sono presenti con continuità. Nei fine settimana per esempio, non c’è nessuno! La medicina specialistica si può dire che non esista. È urgente applicare in sede di giudizio una “diversificazione della sanzione penale”, già presente nella Riforma Cartabia. Per reati minori (fino a 4 anni) non ha proprio senso entrare in carcere, piuttosto si può venire affidati ai servizi sociali. E poi ci sarebbero i lavori esterni di pubblica utilità, come prevede l'articolo 21/354, da incentivare, perché il lavoro è una prospettiva di futuro. Ma alla fine abbiamo già una traccia da perseguire, che sono “gli Stati generali” istituiti dal Ministro Orlando nel 2016, a cui però nulla fece seguito».

Perché?

«Diciamolo chiaro: al termine di una legislatura focalizzare l’attenzione sul carcere non porta consensi. Per la maggioranza delle persone il carcere non è importante: è un luogo di separazione rispetto alla comunità, è un non-luogo. Non lo si riconosce come una piccola città dentro la città, quale è. Ma se questo binomio non funziona bene, se il carcere non è collegato al territorio, diventa una fabbrica del crimine. E viceversa ci sono quartieri, anche qui a Bologna, come il Pilastro, che sono semi-abbandonati. Non si fa azione di prevenzione della piccola e media delinquenza per esempio, il che alla fine ricade sul carcere. Dobbiamo avere chiaro che lo scopo del carcere è abbattere la recidiva, rimettere nel tessuto sociale persone “diverse” rispetto a come sono entrate. Pensare di risolvere il problema edificando altre carceri e mantenendo lo stesso sistema, come ipotizza qualcuno, è pura archeologia. E poi un capitolo a parte meritano i detenuti che hanno una patologia psichica o anche solo psicologica, come i tossicodipendenti».

Che cosa bisogna fare per loro?

«Innanzitutto considerarli malati, affidarli in cura a strutture specializzate per questo scopo. Dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari nel 2015, queste persone sono passate nelle carceri ordinarie, con una serie di problemi che non si può immaginare. Le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza per malati di questo genere, istituite a tale riguardo, sono insufficienti; perciò le singole situazioni che ci troviamo ad affrontare in carcere si rivelano drammatiche. Per i tossicodipendenti, che sono tanti, è necessaria una struttura di recupero, del tipo “comunità” come ci sono nel territorio. Noi vediamo arrivare in carcere giovani immigrati spacciatori, a loro volta devastati dalla droga, resi schiavi dalle organizzazioni criminali. Sono giovani vite, che non devono essere “sprecate”. Anche in Consiglio Comunale è stata inoltrata una specifica e formale richiesta a tal fine da alcuni consiglieri comunali. Speriamo che la Regione, che ha titolo sulla sanità penitenziaria, dia seguito a questa richiesta, di cui si avverte un urgente bisogno. Al carcere di San Vittore di Milano (dove ho lavorato più di vent’anni fa) c’è una sezione ben strutturata che si occupa solo di tossicodipendenza e i risultati sono eccellenti. Noi qui in Emilia Romagna siamo molto indietro su questo fronte. Il volontariato a Bologna è forte, una vera risorsa, ma la politica è assente. Se posso dirlo, qui c’è una Sinistra radical chic. Per non parlare delle altre forze politiche di Destra, che si interessano solo dei “diritti” o dei “poteri” della polizia penitenziaria».

In sintesi com’è la situazione qui a Bologna?

«Da quando abbiamo un nuovo direttore, Rosalba Casella, una persona illuminata, che ha un’idea di carcere progressista, alcune cose sono migliorate. È un punto di riferimento sia per i detenuti che per i poliziotti. Lei risponde sempre alle istanze di qualsiasi genere da parte di ciascuno. Ora il lavoro è equamente distribuito: non ci sono più posti fissi in carcere, perché tutti devono lavorare. Una realtà imprenditoriale importante che abbiamo è una fabbrica di metalmeccanica, che dà lavoro a 15 detenuti. Si chiama FID (fare impresa Dozza), istituita con la legge Smuraglia. E tuttavia più di tanto la dott.ssa Casella non può fare; alcuni problemi strutturali rallentano e ostacolano il “buon lavoro”. L’organizzazione della nostra attività, per esempio, potrebbe essere migliorata se ci fosse più lavoro di squadra, più collaborazione. Qui non è un problema di leggi, ma di impegno dei singoli. E soprattutto di cultura, come si diceva. Il fulcro del nostro lavoro è nella direzione della prevenzione. Sono inutili la rigidità e il controllo. In carcere vince la sicurezza in termini di autorevolezza, non di autoritarismo. Il dialogo e l’ascolto funzionano molto di più dell’ordine normativo. Quanti suicidi si potrebbero evitare se i detenuti fossero semplicemente ascoltati… Quando poi si verifica la tragedia, si capisce ciò che è mancato da parte di tutti, anche da parte nostra».

Come giudica la proposta Cirielli di modifica dell’art. 27 della Costituzione?

«La giudico una provocazione per accontentare i sindacati di destra: non verrà approvata. È un voler rimarcare una ideologia, una identità: noi siamo come la polizia e come i carabinieri. Noi esercitiamo “un potere”. È il contrario di ciò che ci indica la Costituzione. Un carcere in cui si ristabilisse la “certezza della pena” senza includere la rieducazione del condannato sarebbe un carcere più pericoloso, più violento. Ci ricordiamo come stavano le cose negli anni ’70, quando in carcere si moriva “sparati” dalla mafia e dalla camorra? È questo che vogliamo?

di Daniela Mariotti


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