Giovedì, 09 Febbraio 2023

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Il clima cambia anche nel sud del mondo

Intervento di ALBERTO CASTAGNOLA, economista, svolge attività di ricerca dei rapporti Nord-Sud.

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Negli ultimi due anni è profondamente cambiato il clima del pianeta, ma pochi si chiedono cosa stia succedendo nei Paesi del sud del mondo, dal Pakistan alla Nigeria, dal Corno d’Africa all’Amazzonia, dai Caraibi alle isole del Pacifico. Eppure oltre metà dell’umanità è duramente colpita da tempeste estreme e incendi, inondazioni e siccità, con meno capacità di difesa e senza mezzi per interventi di ricostruzione di grandi dimensioni. Si dimentica inoltre che da molti di questi Paesi estraiamo materie prime preziose, prodotti agricoli essenziali per la nostra alimentazione, manodopera a bassissimo costo, ricollocando tutto ciò sui mercati del mondo industrializzato con grandi profitti.

E intanto i pochi tentativi fatti a livello delle organizzazioni internazionali (Onu, Fao, Unep, Banca Mondiale) si sono spesso dimostrati dei palliativi assolutamente inadeguati. La situazione in quasi tutti questi Paesi si sta aggravando, mentre i danni climatici si moltiplicano, diventano più intensi e assumono dimensioni inarrestabili. All’inizio dell’estate un terzo del Pakistan è stato sommerso dalle acque ed ha avuto danni per oltre 40 miliardi di dollari; la Nigeria dal mese di luglio scorso a oggi ha registrato oltre 600 vittime per incendi e uragani e oltre un milione e trecentomila sfollati su una popolazione di 11 milioni; alla fine del mese di settembre due uragani, con venti a oltre 200 chilometri orari hanno devastato i Caraibi; in Amazzonia dal primo al 30 settembre sono stati distrutti 1455 chilometri quadrati di foresta. Inoltre la Tailandia ha deciso di trasferire la sua capitale Giacarta, troppo spesso invasa dalle acque, in Borneo, a 2000 chilometri di distanza in linea d’aria.

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Gli esempi potrebbero essere moltiplicati, ma come descrivere il peggioramento continuo delle condizioni di vita nelle zone desertiche o nelle isole percorse sempre più dai monsoni o cancellate dall’innalzamento delle acque del mare? Possiamo continuare a dimenticare le migrazioni forzate verso il Nord America e i continui tentativi di entrare in Europa sulla rotta balcanica o sui battelli di fortuna attraverso il Mediterraneo? Inoltre i dati più recenti, 2020-2022, relativi ai principali fattori del cambiamento climatico, ancora trascurati dai rapporti ufficiali delle principali organizzazioni internazionali, evidenziano un salto qualitativo dei principali fenomeni del clima, fanno emergere nuovi meccanismi sempre più dannosi per l’ambiente, indicando chiaramente il progressivo acutizzarsi delle mutazioni.

Non si può più parlare solo del caldo in aumento o del moltiplicarsi degli incendi, ma occorre approfondire cosa si celi nelle profondità marine o quali mutazioni presenti il metano, ormai diventato il più pericoloso gas serra. Sarebbe quindi opportuno rivedere prospettive a breve termine e tempi ancora a disposizione per incidere sul disastro climatico. È secondo questa logica di maggiore urgenza che emerge in tutta la sua drammaticità l’ennesimo tentativo di essere riconosciuti come interlocutori, effettuato dalle popolazioni del sud del mondo all’inizio del mese di novembre. La sede prescelta è stata la recente Conferenza delle Parti, la numero 27, dell’IPCC, che vede riunirsi quasi duecento Paesi ormai da parecchi anni, ma che si erano interrotte a causa della pandemia.

A partire dal dicembre 2015 in questa sede si è anche firmato un Patto di collaborazione, l’Accordo di Parigi, che sulla carta indicava obiettivi importanti e urgenti. È in questa sede che i popoli del sud – in particolare il G77, il blocco di oltre cento Stati capeggiato dalla Cina –, a due giorni dall’inizio dei lavori hanno imposto con durezza una modifica dei contenuti, arrivando a far mettere sul tavolo il tema di un fondo per “le perdite e i danni” (loss&damage) per fronteggiare i disastri nei Paesi “più vulnerabili e meno responsabili”. Hanno anche richiesto una lista di Paesi “donatori” più ampia del blocco occidentale.

A questo tipo di richieste si era già provato a rispondere nelle Cop precedenti, decidendo di far versare dai Paesi più ricchi almeno 100 miliardi di dollari all’anno, ma a questo livello non si è mai arrivati, (al massimo poco meno di 84 miliardi di dollari), anche perché Paesi come gli Stati Uniti avevano versato cifre irrisorie. Inoltre il documento finale rimanda a un “comitato di transizione” che entro il 2023 dovrà decidere quanto dovranno pagare i singoli Stati. Resta anche imprecisato il ruolo della Cina, secondo Paese inquinatore mondiale, ma anche capofila dei Paesi del sud del mondo che dovranno sostenere investimenti enormi per la salvaguardia delle loro popolazioni. Sembra, inoltre, che non si sia giunti a definire nemmeno una divisione molto significativa sulla destinazione di tali fondi, tra le iniziative di mitigazione e quelle per l’adattamento.

Sarà necessario studiare a fondo il testo definitivo e le attività di attuazione successive, per formulare un giudizio complessivo. Non si può infatti dimenticare che sui documenti finali della COP 26 arrivarono 32.000 proposte di modifica dai Paesi partecipanti. Infine un dettaglio importante: alla Cop 27 hanno partecipato almeno 636 lobbisti delle industrie petrolifere e del gas, che avranno fatto del loro meglio per influire su tutte le decisioni. Un record rispetto alla Cop precedente: a Glasgow erano appena 503.

Sul merito, Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, è intervenuto più volte, prima, durante e dopo la Cop 27: “Ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno, con impatti irreversibili, alcuni dei quali difficili persino da immaginare. Sul clima i Paesi ricchi devono firmare un “patto storico con le economia emergenti, altrimenti non saremo in grado di cambiare questa situazione”. “Non c’è modo di evitare una situazione catastrofica se il mondo sviluppato e quello in via di sviluppo non sono in grado di stabilire un patto storico, perché, al livello attuale, saremo condannati”. “Nessuna nazione è immune. Eppure continuiamo ad alimentare la nostra dipendenza dai combustibili fossili”. E a giugno Gutierrez ha ripetuto: “I produttori e i finanziatori di combustibili fossili prendono l’umanità per il collo. Per decenni, l’industria dei combustibili fossili ha investito molto nella pseudoscienza e nelle pubbliche relazioni, con una falsa narrativa, per ridurre al minimo la loro responsabilità per il cambiamento climatico e minare le politiche climatiche ambiziose”. Nel suo discorso introduttivo della Cop 27 ha poi ribadito: “Il tempo scorre. Stiamo lottando per le nostre vite e stiamo perdendo. Siamo su un’autostrada per l’inferno climatico col piede sull’acceleratore. È inaccettabile, oltraggioso e controproducente mettere il tema del cambiamento climatico in secondo piano. Parla di un Patto di solidarietà climatica: “L’umanità deve scegliere: cooperare o perire. Quindi o è un patto di solidarietà per il clima o un Patto di suicidio collettivo”. E poi ha ricordato che “gli ultimi otto anni sono stati i più caldi mai registrati e l’emergenza del clima sta già aumentando drasticamente l’entità dei disastri naturali. Le attuali politiche climatiche condanneranno il mondo a un disastroso aumento della temperatura di 2,8 gradi entro la fine del secolo”.

Infine, mi permetto di formulare alcune valutazioni personali sul ruolo finora avuto dall’IPCC e da tutte le Cop finora svoltesi. All’inizio, la notizia di una sede internazionale, che si occupasse esclusivamente del clima e in cui fossero presenti tutti gli Stati esistenti, era stata accolta con molto interesse, perché sembrava una sede politica poco strutturata e certamente più agile dei tradizionali organismi internazionali. Anche il Trattato di Parigi del 2015 era apparso all’inizio come un rilancio effettivo e molto utile. Poi, piano piano, si è visto che le pastoie burocratiche erano osservate con pignoleria, senza preoccuparsi molto dei tempi del disastro climatico.

Poi ci si è resi conto che non si assumevano mai decisioni immediatamente operative e che scelte fondamentali potevano cadere facilmente nel dimenticatoio. Inoltre, il rigido rispetto delle due categorie della mitigazione e degli adeguamenti permetteva in realtà di non affrontare mai delle scelte di carattere strutturale del sistema economico dominante, quello di tipo capitalistico, mentre sparivano quelle di tipo comunista e socialista (tranne pochissime piccole eccezioni).

Infine, mentre le analisi degli ambientalisti concentravano sempre più la loro attenzione sulle ipotesi di sistemi economici alternativi in grado di affrontare realmente le modifiche planetarie in corso, nella sede dell’IPCC si delineavano sempre e soltanto prospettive di sostenibilità, cioè di soluzioni di miglioramento marginale del sistema economico dominante, senza intaccarne in alcun modo logiche di fondo e filosofie ispiratrici.

Mentre il degrado e la trasformazione del pianeta stanno accelerando senza sosta, la sede politica in esame sembra quindi costituire più un meccanismo di moltiplicazione dei rischi che un qualche tentativo di affrontare la realtà sempre più preoccupante delle trasformazioni in atto nel Pianeta Terra, causate sempre di più dalle attività umane svolte ciecamente, senza limiti o controlli. Anche le recenti ipotesi di piani di decarbonizzazione, di cui si sta iniziando a parlare non si sottraggono alle critiche fin qui formulate. ◘

di Alberto Castagnola


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