Mercoledì, 17 Aprile 2024

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La città è cambiata perché è cambiato il modello di società

Lettere in redazione.

silvia romano2

Caro Direttore,

mi riferisco agli interventi di Alvaro Tacchini e Maria Grazia Goretti sul tema “Centro storico: crisi infinita”.

Naturalmente non c’è niente da obiettare in merito a come il fenomeno è stato rappresentato. La situazione è sotto gli occhi di tutti e appare tanto più dolorosa a quelli di uno che – nato nel 1943 nel cuore del centro storico, quando la città era tutta dentro le mura – ha impressa nella memoria la vitalità che dalle piazze e dal corso circolava fin negli angoli più segreti dell’intreccio dei vicoli. Quell’angolo segreto – per dirne uno – di via della Cacioppa dove il vasaio Tòfani creava i suoi cocci, con materiali, tecniche e strumenti mai mutati da secoli. Semplici vasi di terracotta, a tronco di cono, che con piantine di geranio e di basilico sarebbero stati l’ornamento delle finestre delle povere case dei vicoli.

Al censimento del 1951 le botteghe artigiane entro le mura erano 151 – che si aggiungevano ai tanti negozi e negozietti, alle tipografie, alle officine meccaniche, alla Fattoria Tabacchi. Come dentro le mura c’erano l’ospedale, le banche, le scuole, le sale cinematografiche (quattro), e quei fortissimi poli di aggregazione che erano le parrocchie. Insomma tutto ciò che di quell’insieme di edifici faceva una Città.

Se tutto questo è vero, che cosa mi lascia perplesso negli interventi di Tacchini e Goretti? Il tono generale da cui traspare – così almeno mi sembra – il concetto che il decadimento, la desertificazione, siano dovuti ad errori e omissioni di pianificazione urbanistica e di politica amministrativa. Certo, errori ed omissioni ci sono stati e ci sono (inutile adesso farne l’elenco) ma la verità di fondo è che le trasformazioni sociali, economiche, culturali sviluppatesi dalla metà del Novecento in poi hanno reso obsoleto e inabitabile quel modello urbanistico ed edilizio secondo il quale la città si era strutturata nei secoli. Così come hanno reso obsoleto – fuori delle mura – il sistema agricolo impostato sul binomio podere/famiglia colonica; e hanno provocato l’abbandono delle campagne. I negozietti di vicinato e le botteghe artigiane chiudono perché non hanno più i consumatori, monopolizzati dalla grande distribuzione e, oggi, dagli acquisti via internet.

Questi fenomeni non hanno investito solo Città di Castello, ma praticamente tutti i centri storici, grandi e piccoli. E non hanno fatto distinzioni di classi sociali e di funzioni economiche. Le magnifiche residenze dei Vitelli (quattro) hanno esaurito la funzione per la quale erano state costruite; alcune hanno trovato una nuova vita, la più ricca e imponente la sta cercando (invano?). Ha esaurito la sua funzione, ed è a sua volta alla (vana?) ricerca di una nuova, l’ospedale di largo Muzi. Lo stesso è accaduto, o accadrà presto, per molti edifici religiosi (chiese, conventi, seminario).

La domanda di alloggi richiede spazi e comfort introvabili nel centro storico. Chi vorrà abitare ancora nelle viuzze dove non si entra con la macchina e il sole non batte? Forse il sottoproletariato degli immigrati, ma i loro figli andranno altrove. Chi farà gli investimenti necessari per la riqualificazione?

Già negli studi preparatori per il piano regolatore – pubblicati nel 1960 in un volume firmato da Angelo Baldelli, Mario Coppa e Marinella Ottolenghi, con presentazione del Sindaco Gustavo Corba – si metteva in evidenza che per salvaguardare la funzione abitativa dei comparti del rione Mattonata e del rione San Giacomo occorrevano profondi interventi di ristrutturazione. Qualche cosa è avvenuto, molto tempo dopo, nell’area già occupata dalla Fattoria Tabacchi; ma quell’esperimento, comunque si voglia giudicarlo, non pare riproducibile altrove.

Riassumendo: i centri storici sono come il vestito fatto su misura per un bel bimbetto, che ora è divenuto un omaccione e anche volendo non c’entra più.

Pier Giorgio Lignani

Ringrazio il Dott. Pier Giorgio Lignani per questo bell’intervento. Finalmente! Speriamo che esso apra un dibattito su un tema sentito nella percezione comune, ma affievolito dal senso di impotenza che nasce di fronte a processi ritenuti irreversibili. E il motivo è proprio quello indicato nella lettera: l’evoluzione sociale ed economica della società nel suo complesso ha cambiato un vestito che, una volta, calzava a pennello, e che, come Lei dice, ora è diventato stretto. E il fenomeno riguarda tutti i centri storici del Paese. Tuttavia non ci si può rassegnare a questo “decadimento” che è culturale, sociale ed economico insieme.

I nostri centri storici sono un condensato di storia, cultura, architettura, tradizioni che non ha uguale al mondo. Scrigni di assoluto valore artistico. È pur vero che stanno nascendo città nella città o a fianco della città, e il tutto si espande in una forma di policentrismo spesso senza collegamenti e senza anima. Ma stanno proprio così le cose? È certo che non sia possibile invertire rotta? Ricette non ci sono, ma è anche vero che molti si stanno interrogando su questo tema, non solo su come conciliare moderno e antico, ma anche come collegare periferie e centri, come disegnare gli spazi tra interno ed esterno, tra città e campagna, come integrare le diversità. Le tematiche sono molte e forse è giusto, come qualche volta si è fatto in passato, continuare a discutere perché si possano acquisire in forma diffusa degli strumenti orientativi che consentano ai cittadini di poter dire la loro parola. Non è cosa di poco conto, altrimenti lo spazio praticabile sarebbe quello della rassegnazione o della delega ai tecnici.

di AG


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