Domenica, 23 Giugno 2024

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L’importanza delle tavole di Gubbio

GUBBIO CULTURA. Da un ritrovamento del 1432 la testimonianza di una civiltà umbra contemporanea a quella etrusca.

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Ogni descrizione del complesso testuale delle sette Tavole di Gubbio non manca di ripetere l’affermazione del grande glottologo del Novecento, Giacomo Devoto, secondo cui le Tavole Iguvine costituiscono «il più importante testo rituale di tutta l’antichità classica».

Ma oggi mi sento di dire che quest’affermazione appare riduttiva: sarebbe infatti lecito sostenere che le frasi scritte nei testi rituali delle Tavole, mentre raccomandano le modalità rigorose di esecuzione delle cerimonie sacre degli Iguvini preromani, rivelano l’esistenza di istituzioni sociali, amministrative, civiche sorprendentemente evolute, benché espressione di una realtà ben più antica dell’epoca della fusione delle tavole stesse. Oggi si dovrebbe avere il coraggio di dire che quei redattori protostorici vivevano in un mondo che già rispettava le norme del diritto civile; che le loro parole lasciano intendere, per esempio, che esistesse un catasto e un sistema di imposte, che fosse attiva una rete commerciale. Non si dovrebbe parlare oggi delle Tavole Iguvine senza dire anzitutto che quei testi rivelano le basi fondanti di un’Italia preromana altrimenti nota solo archeologicamente; bisognerebbe avere il coraggio di dire addirittura che vi si delinea l’esistenza di una confederazione tra comunità autodeterminatesi, e cioè che nelle Tavole di Gubbio v’è traccia del primo organismo sovraregionale italiano. Un coraggio che non si può fondare certamente sulla creatività del moderno interprete, ma sull’analisi di parole e di frasi nel rigoroso rispetto delle tecniche, quasi “algebriche”, che la linguistica comparativa ha elaborato da un paio di secoli in qua.

Ma com’è accaduto che il Comune di Gubbio si trova a essere proprietario di queste Tavole?

Gli umanisti cinquecenteschi raccontano che il recupero avvenne fra il Teatro Romano e la Guastuglia e che fu dovuto a una giovane di nome Presentina, che inseguì una pecora sfuggitale in un ambiente sotterraneo, sotto le rovine dei resti antichi, dove trovò le tavole. Agli stessi umanisti dobbiamo anche l’informazione secondo cui la data di quel ritrovamento sarebbe di dodici anni precedente al 1444 d.C., quando le Tavole furono cedute al Comune di Gubbio. Ma ciò che risulta oggi di conoscenza diretta è ciò che leggiamo nell’atto di acquisizione delle sette tavole da parte del Comune di Gubbio nel 1456, di cui si ha un resoconto coevo abbastanza dettagliato a pag. 132 delle “Riformanze” (Archivio di Stato a Gubbio).

l importanza delle tavole di gubbio altrapagina febbraio 2023 2Di che manufatti parliamo? Di sette lastre di bronzo di misure diverse, dai cm.28x40x0.4ai cm. 57x87x0.4, con un peso che va dai kg. 2.590 kg.ai kg. 15.590, che sono state fuse con il metodo della “cera persa” tra il 3°sec. a.C. e l’inizio del 1° sec. a.C.

I testi contenuti nelle tavole sommano complessivamente 4.365 parole, ma,di queste, solo 750 sono diverse: nonostante la corposità del documento, queste 750 parole non bastano per costituire ai nostri occhi un vocabolario soddisfacente della lingua degli Iguvini di allora. Ma sono sufficienti a comunicare direttamente e indirettamente le preziose informazioni di cui si diceva. Variamente distribuiti nelle 12 facciate scritte (5 tavole sono scritte davanti e dietro, 2 solo davanti) troviamo 9 testi distinti: (1) una redazione sintetica della cerimonia della purificazione della città e del Monte Sacro e della cerimonia della purificazione degli armati, contenuta nelle due facce della I tavola; (2) una redazione estesa delle stesse cerimonie contenuta nelle tavole VI e VII (faccia a); (3) una stesura delle prescrizioni relative alla cerimonia riparatoria da celebrarsi in caso di auspici avversi, contenuta nella faccia a della II tavola; (4) un testo relativo al sacrificio del cane, nella stessa faccia a della II tavola; (5) la cerimonia delle riunioni tributarie tra le comunità confederate, che occupa la faccia b della II tavola; (6) il complesso cerimoniale agrario delle Sestentasie, che si estende nelle tavole III e IV; (7) le norme sui compensi e sulle multe che regolano le funzioni dell’officiante, che occupano la tavola V nella faccia a e in parte della b; (8) le norme tributarie che riguardano gli scambi tra le Comunità legate a un sacro patto federale e la Confraternita, faccia b della V tavola; (9) doveri del capo dei confratelli ed eventuali multe, nella faccia b della VII tavola.

I numeri che usiamo ancora oggi per designarle son quelli fissati nel 1833 dal tedesco Lepsius, nonostante che ormai si sappia che le prime a essere state fuse non furono la I e la II, bensì la III e la IV. E sembra che gli Iguvini di allora non amassero la scrittura, tanto da elaborarne una propria: si adattarono infatti a impiegare per questi testi degli scribi che avevano imparato a scrivere in etrusco (fino alla metà del II sec. a.C.) e in latino, di lì in avanti. Per questa ragione l’umbro delle Tavole risulta scritto con due alfabeti (etrusco adattato dalla I alla Vb, alfabeto latino adattato  dalla Vb alla VII), anche se si tratta sempre della stessa lingua.

Furono fuse, dunque. Perché? Per chi? I moderni studiosi sanno che oggetti del genere si facevano in età storica per preservare dei testi prima redatti su materiale deperibile (tela, pelli, foglie, legno, ecc.); e i testi lì redatti hanno fatto intendere da tempo che servivano come guida per coloro che si trovavano a celebrare i riti pubblici, in modo che si evitassero quegli errori di procedimento o di recitazione che gli antichi ritenevano capaci di inficiare il valore dei riti. Come dire: la realtà la si può influenzare attraverso il divino con la parola, ma la parola deve essere quella sacra, altrimenti non raggiunge il divino. Ecco che cosa erano le Tavole per gli Antichi; ecco perché fu affrontata l’impresa gravosa e costosa della fusione di una cinquantina di chili di bronzo. Ma, come si diceva all’inizio, per noi hanno tutt’altro valore. E se non bastassero le ragioni già sintetizzate, aggiungerò che le nostre Tavole sono fondamentali, in antropologia per la presenza di valori etici universali, in glottologia per il rapporto particolare che rivelano con il latino e con l’italiano, nell’ambito della storia delle religioni perché aiutano a interpretare la religiosità romana originaria e la ritualità romana arcaica. In generale, poi, essendo ben nota la presenza di una componente sabina (imparentata con la cultura iguvina) nella formazione del mondo romano, le Tavole di Gubbio si possono leggere come prodromi culturali di ciò che troverà sviluppo nella cultura di Roma, tanto da permetterci di parlare di un debito romano nei confronti del mondo umbro antico. ◘

di Augusto Ancillotti


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