Mercoledì, 28 Febbraio 2024

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Un secolo di vita scandito dalle lancette dell'orologio

Il personaggio del mese: Giovanni Talamelli

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Così il giornalista della TV locale ha presenta­to Giovanni Talamelli, il maestro orologiaio e orefice di Città di Ca­stelloin occasione del suo cen­tesimo compleanno, celebrato un mese fa dal Sindaco che gli ha consegnato una targa “per il traguardo di vita raggiunto e per sua attività di maestro orologia­io simbolo della città”. E infatti il maestro orologiaio e orefice Talamelli, per gli amici ‘Nanni’, è conosciuto da tutti in città e nella vallata: non c’è famiglia che, dal dopoguerra a oggi, non abbia frequentato il suo negozio all’inizio del centralissimo corso Cavour, per riparare un orologio o per acquistare un cadeau d’oro o di argento in occasione di bat­tesimi, cresime, compleanni, fi­danzamenti, matrimoni. La sua attività fondamentale è stata tut­tavia, quella di visionare e ripa­rare orologi di ogni marca e mo­dello, prima a ricarica manuale poi al quarzo, automatici, con le pile … Entrando, lo si poteva ve­dere dietro il banco di lavoro con il monocolo da orologiaio ben calzato nell’occhio per metterne a fuoco i piccolissimi ingranaggi. Ha così visionato e riparato ogni anno circa 3.000 orologi, in oltre sessant’anni di attività ha com­piuto quasi 200.000 interventi: un vero primato da Guinnes.

Sono meno note esperienze im­portanti della sua vita, più diffici­li e dolorose, che arricchiscono il ritratto di questo tifernate come cittadino e come uomo. Ce ne parla volentieri, rievocando anni lontani di un mondo molto diver­so da oggi, in cui non era facile affrontare la vita.

un secolo di vita scandito dalle lancette dell orologio altrapagina aprile 2023 evidenza 2La sua giovinezza, innanzitutto. Nato ad Umbertide il 27 febbraio 1923, figlio di un casellante fer­roviario, ha frequentato le scuo­le elementari a Gubbio, aiutato amorevolmente da una suora a superare problemi derivati da un disturbo che poteva essere di­slessia. Dopo due anni di Scuola Media, con la famiglia si è tra­sferito a Città di Castello, dove ha frequentato la Scuola Operaia Bufalini con ottimi risultati e col titolo di tornitore è entrato a la­vorare nella Officina Vincenti. Ma a 18 anni, nel 1941, è stato chia­mato a fare il soldato a Firenze; poi a Genova, dove ha frequen­tato la Scuola Militare Ansaldo, si è perfezionato come operaio e ha acquisito una base culturale, conseguendo il grado di Caporal Maggiore, con relativo stipendio; infine a Trento, dove ha ottenuto, sempre con stipendio, il grado di Sergente: un modo come un altro di guadagnarsi da vivere. L’Italia era in guerra e dopo l’8 settembre 1943 la sua vita, come quella di molti altri, cambia bruscamen­te: viene catturato dai tedeschi e portato a Sorau, cittadina tedesca fino al ’45, odierna Žari polac­ca. Diventa, come tanti, un IMI (Internati Militari Italiani, mili­tari italiani catturati, deportati e internati nei lager nazisti, a cui viene chiesto di combattere con i tedeschi o con i fascisti della repubblica di Salò; coloro che si rifiutano vengono usati come for­za lavoro per l’economia del Rei­ch). Nel suo campo IMI vi erano 800 italiani che subirono fame, sofferenze e privazioni, e 500 ne morirono prima che arrivassero i Russi a liberarli. Nel raccontare ciò che ha visto e patito, ancora si commuove. Tuttavia Giovanni vi­veva e mangiava decorosamente - spesso i tedeschi lo facevano an­che dormire in fabbrica - perché lo utilizzavano come tornitore avendo bisogno di mano d’opera specializzata per costruire armi. Altrimenti andava dal campo alla fabbrica scortato da un cane lupo addestrato per attaccarlo se aves­se tentato la fuga. Quando nel 1945 arrivarono i Russi, l’eserci­to tedesco riparò, con i prigionie­ri, verso il nord della Germania, a Brema, che venne bombarda­ta dagli alleati anglo americani. Giovanni ricorda un episodio che ne rivela l’umanità: durante il bombardamento, un ingegnere tedesco con cui lavorava era ri­masto stordito e svenuto; lui tor­nò indietro, lo caricò sulle spalle e lo salvò. Gli alleati chiesero poi agli italiani IMI e ai prigionieri tedeschi se volevano combatte­re con loro o tornare a casa. Lui scelse di tornare.

un secolo di vita scandito dalle lancette dell orologio altrapagina aprile 2023 evidenza 4Ha sempre creduto nell’amicizia, ma gli amici che ricorda sono quasi tutti morti. Ne cita alcuni: Giulio Crocioni, sindaco di Città di Castello dal 1948 al 1952; Nel­lo Renzacci, compagno di pesca; Meacci, il ‘Bimbo’; Libero Baldel­li, con cui, dopo la costruzione della diga di Montedoglio, aveva creato il ‘Circolo della vela e del­la barca’; possiede ancora un pe­dalò, comprato insieme a lui, che doveva esser lasciato in eredità a chi dei due fosse sopravvissuto. E poi, le donne, argomento dei gio­vani di sempre: in esse apprezza­va soprattutto la personalità.

Parla volentieri anche dei figli, che ha educato fin da piccoli, at­traverso l’esempio, al senso della responsabilità. Ricorda che un giorno, di domenica, aveva com­prato come al solito delle paste, che essi non gradirono; allora le riavvolse in silenzio, uscì e le of­frì a dei bambini che non avreb­bero potuto permettersele.

Aveva curiosità di conoscere il mondo – dice – per cui ha fatto molti viaggi, in tutti i continenti e gli Stati, oltre che in Europa, e ha avuto modo di conoscere e ammirare le testimonianze, storiche e geografiche, di tante civiltà. Della sua città ammira soprattutto il Duomo e la Tor­re cilindrica. Infine ha sempre amato la musica, soprattutto l’o­pera lirica di Verdi e Puccini, e l’operetta, e ancora ne canta le arie più famose.

Cento anni, dunque, vissuti con intensità e responsabilità, sia nei periodi difficili sia in quelli più sereni, del lavoro, della famiglia, degli interessi e degli affetti. Nan­ni Talamelli è stato davvero una persona ‘simbolo della nostra cit­tà’. ◘

A cura della Redazione


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