Mercoledì, 19 Giugno 2024

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Cambiare si può

A proposito di centro storico.

silvia romano2

Leggo sempre con interesse gli articoli e le ricerche che l’altrapagina pubblica da alcuni mesi sulle problematiche del nostro centro storico; da ultimo ne hanno scritto Pier Giorgio Lignani, Simone Salcerini, Michele Gambuli, mentre uno sconsolato Alvaro Tacchini dà ogni mese una immagine plastica della decadenza del cuore antico della città. Fa bene la redazione a sollevare il problema perché è vero che l’affievolimento della vitalità del centro storico è un segnale sinistro che prepara la cancellazione delle radici più profonde della città. In realtà, è da tempo che si discute del tema; in concreto, da quando è apparso sempre più evidente che era in atto un fenomeno inerziale che spostava al di fuori delle mura non solo le famiglie che abitavano soprattutto nei vicoli e nei palazzi storici, ma anche servizi, attività commerciali, centri di aggregazione. Nell’arco di cinquant’anni, dall’ultimo censimento del 1971 il centro storico ha perduto quasi la metà dei suoi abitanti, hanno chiuso tutte le attività artigianali, mentre quelle commerciali sono un fatto residuale.

A premessa delle brevi considerazioni che proporrò, c’è da dire che è stato naturale e prevedibile che molte famiglie, dagli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, desiderassero vivere in abitazioni diverse da quelle povere, con servizi igienici condivisi e di piccola metratura dove risiedevano. Il censimento del 1961 segnalava che ancora più di cinquemila persone abitavano nel nostro centro storico molti in condizioni precarie. Dunque, le opportunità offerte dal Piano regolatore, approvato da poco, la possibilità di contrarre mutui perché il lavoro finalmente era offerto ampiamente e stabilizzato, oppure le provvide iniziative di edilizia economico-popolare, furono sfruttate da molti, così da permettere ai nuovi quartieri di San Pio e di Montedoro di riempirsi nell’arco di pochi anni. Il fenomeno si è consolidato nei decenni successivi mentre nascevano nuovi insediamenti, anche perché la popolazione residente in città è andata aumentando fino a dieci anni fa. Con ciò, chi dice che il fenomeno della trasmigrazione di parte della popolazione verso altri spazi urbani diversi dal centro storico è fisiologico, afferma il vero. Ma sbaglia se accetta che sia inesorabile questa tendenza che, se non rettificata, rischia di trasformare il centro storico in un ambiente desolato e triste. Il problema, dunque, è molto serio. Credo profondamente che una città con la propria anima storica moribonda, perché le proprie radici stanno inaridendo, è destinata a snaturarsi, a far decadere la propria identità. E, in effetti, se si condivide che l’irrinunciabile identità civica sia data dal processo plurisecolare che la comunità e l’agglomerato urbano hanno vissuto, com’è possibile accettare fatalisticamente che la loro anima esali, offesa dalla violenza e dall’incultura della modernità? Alcuni diranno che questo interrogativo equivale a una perorazione retorica e che, di fronte a ciò che incombe, ci sia poco e nulla da fare. Non è vero per nulla. C’è, invece, un modo per far incrociare virtuosamente il moderno e lo storico, ma questo comporta l’obbligo di elaborare e aggiornare la visione della città. Ho verificato che è una truffa culturale affermare che in Italia tutte le città storiche hanno vissuto la stessa crisi e che i centri storici si sono svuotati e muoiono d’inedia.

Basta prendere in esame le tante esperienze positive, che per fortuna si stanno moltiplicando in una sperimentazione emulativa in molte regioni, per ricredersi. Michele Gambuli ha citato Bolzano tra gli esempi da studiare. Sono d’accordo. Ho avuto la possibilità di visitarla un mese fa e sono rimasto strabiliato. Bolzano ha un po’ più del doppio degli abitanti rispetto a noi, ma ha un centro storico non molto più grande del nostro. Ebbene l’ho trovato pieno di vita, nonostante che mi ci fossi recato di martedì. Non un veicolo privato circolava, ma tanta gente a piedi o in bicicletta; i negozi, ben distribuiti lungo le vie, offrivano vari prodotti, alcuni tipici non solo legati all’alimentazione, ma all’artigianato, oppure originali, introvabili nei centri commerciali (presenti, com’è ovvio, ma a debita distanza dall’agglomerato storico e in numero minore rispetto a Castello). C’erano tante luci a illuminare gli appartamenti, segno che vi abitano normalmente tante famiglie. Addirittura, in spazi appositi, c’erano mercatini con bancarelle che proponevano merci di vario tipo. Ho sentito dentro di me rabbia e invidia. E Bolzano non è certo una mosca cocchiera; basta viaggiare in tutte le città della Romagna per verificare che le esperienze che collegano sviluppo moderno e regolato delle città al mantenimento di un centro storico vitale e animato sono in pratica la totalità. Si tratta, allora, di discutere sul significato da attribuire alla definizione di centro storico animato e vitale.

Ci sono sostanzialmente due modi di interpretarla. Il primo è quello dato dalle città che ho citato, dove l’animazione e la vitalità sono date preliminarmente dalle tante famiglie che abitano il centro storico, anche perché incentivate a rimanere o a ritornare; dalla sua qualità ambientale ricavata dall’assenza del traffico privato o dalla sua drastica limitazione e, in relazione a ciò, da un efficiente servizio pubblico dei trasporti urbani, gli unici autorizzati a percorrere il centro storico, evidentemente non con ingombranti autobus, ma con navette che dai quartieri contigui o distanti garantiscano una mobilità sana e in orari che coprano i bisogni dei cittadini (buoni esempi vengono, al riguardo, in Umbria da Gubbio e da Todi); da una attenzione per quello che una volta si sarebbe chiamato l’ornato pubblico, che è dato dall’igiene e dalla cura con cui si mantengono gli spazi della vita collettiva.

Tutte le città virtuose hanno attuato la direttiva europea Bolkestein con rigore e avvedutezza, mentre sostenevano le attività commerciali che si specializzavano in un’offerta di prodotti che i Supermercati non eguaglieranno mai (esempio virtuoso e da imitare da noi è la riapertura dello storico negozio di alimentari “Puletti”, ora gestito da un giovane che, avendo scelto di proseguire la tradizione proponendo prodotti speciali, si è già guadagnato un grande successo). Naturalmente tutte le attività o iniziative di promozione culturale e anche di spettacolo, consone all’identità del centro storico, sono previste; questo, tuttavia, significa che i concerti rock infestanti per rumore e per possibili danni al patrimonio artistico sono autorizzati in spazi ampi, distanti dal cuore della città.

Insomma, il centro storico non come un circo Togni, luogo di svago e di sfogo, ma come ambito di cura, di attenzione perché tutti si è d’accordo che lì si conserva, si tutela l’anima di una comunità. In aggiunta, basti dire che nelle città visitate c’è un’ampia offerta di ristorazione e di ritrovi, senza che questo sia in contrasto con il rispetto di certe regole di convivenza e che, tanto per capirci, il silenzio non sia dovuto a partire da una certa ora. Non voglio portare l’esempio di Bolzano, dove tutti i negozi, molti ristoranti, bar, pizzerie chiudono in orari serali, ma almeno che si rispetti il limite (le 24) previsto dalla legislazione vigente.

Già, e il secondo modo? Purtroppo è quello plasticamente esemplificato a Città di Castello, dove non esiste una politica che governi il problema ispirata a una visione culturale appropriata. Ho letto l’intervista rilasciata a l’altrapagina dal Sindaco Secondi sul tema e, come posso esprimermi?, mi sono cascate le braccia. Lì emerge che il governo pubblico delle politiche per il centro storico non esiste per scelta, tutto è demandato ai privati - commercianti residui, ristoranti, bar, pizzerie che siano – delegati all’ideazione di ciò che è vitale e animato per il centro storico; naturalmente, si è felici quando creano eventi, spettacoli, occasioni le più disparate per attirare avventori, anche se questo avverrà nel fine settimana, lasciando gli altri giorni della settimana nell’inedia. È questa logica faustiana che ha impedito finora una regolamentazione del traffico privato verso il centro storico, facendo di Città di Castello quella più aggredita da un flusso di macchine che, a migliaia, ogni giorno lo percorrono giusto per attraversarlo.

L’igiene e la cura degli spazi pubblici assenti. Il turismo, che si pretende, sbagliando, leva di crescita economica, è un fatto residuale, limitato dall’assenza di una criteriata programmazione pubblica. Il caos e l’indifferenza hanno generato negli ultimi quindici, venti anni, il fenomeno di depauperamento di cui tutti si lamentano, non volendo vedere le cause che l’hanno determinato; ci sono quartieri, per esempio San Giacomo e Mattonata, che non hanno negozi e servizi per le famiglie, mentre la zona industriale di Riosecco si è definitivamente trasformata in un’area che ospita una quantità esagerata di supermercati, quanti non ne ha Arezzo. Ci si è arresi all’interpretazione più lassista della Bolkestein, non rimodellando il sistema viario dell’area, angusto e vecchio di più di sessanta anni. Insomma, mi pare di capire che se non ci sarà una pressione culturale e civica della parte della popolazione sensibile a questi problemi, il centro storico esalerà l’ultimo respiro nell’arco di pochi anni. Ma, forse, i buoi sono già usciti dalla stalla. ◘

di Venanzio Nocchi


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