Giovedì, 29 Febbraio 2024

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Decima lettera

CRIMINALITÀ. La scomparsa di Barbara Corvi.

silvia romano2

Cara Barbara,

non è semplice mettere in fila i pensieri per poi fissarli su un foglio bianco, quando le cose da scrivere a proposito della tua vicenda sono così tante e coinvolgono così tanti aspetti, solo apparentemente diversi, ma legati in realtà da un unico filo conduttore, che è quello della violenza: economica, psicologica, fisica.

Vorrei scriverti che qui le cose vanno bene, che chi ha creato le condizioni della tua assenza è stato assicurato alla giustizia, che sappiamo cosa ti è successo e dove sei ora.

Ma non posso. Posso però dirti che tutte e tutti noi continueremo a cercare verità e giustizia, che continueremo a minare quei silenzi che paiono avvolgere tutto e tutti anche qui, nella nostra piccola Umbria. Posso dirti che continueremo senza sosta a cercare strumenti utili affinché nessun’altra donna - e nessun altro figlio - possa trovarsi in quelle situazioni che paiono non avere via di uscita, che consentano una vera emancipazione a partire da quella economica, perché lo sappiamo tutte che se non si possiedono risorse economiche proprie è difficile uscire da certi contesti. Una donna deve essere libera di poter decidere se guidare la sua azienda oppure no, di scegliere se lavorare oppure no. Senza condizionamenti e senza manipolazioni che fanno leva sui sentimenti e magari, sui sensi di colpa.

Non è semplice, perché si tratta di rafforzare, anche, le basi culturali che ci incastrano dentro certe situazioni, ma sono convinta che se tutti i soggetti che compongono la nostra società decidessero finalmente di serrare i nodi della rete che stiamo costruendo, saremo in grado di fornire le risposte che servono.

Il lavoro fatto è stato lungo e faticoso. Ora, credo, il tuo nome e la tua storia sono diventati conoscenza di larga parte della comunità regionale. Ma non è ancora abbastanza, dobbiamo continuare a saldare legami, a raccontare e soprattutto dare concretezza alle parole che diciamo, ognuno per la sua responsabilità. Dobbiamo farci ascoltare anche da chi non vuole farlo, gridando più forte.

Ecco, mi piacerebbe che le nostre voci riuscissero a muovere le coscienze fino a far cadere il silenzio di chi sa e non dice.

Lo dobbiamo a te, alla tua famiglia, e a tutte le donne che potrebbero trovarsi in queste situazioni.

Il “Protocollo Libere di essere” è uno strumento importante, che ora deve realizzarsi appieno. Ma deve essere affiancato da un costante lavoro sulla conoscenza e sugli strumenti a disposizione per potersi rialzare, ma soprattutto per riconoscere le situazioni di rischio a cui possiamo andare incontro evitando ogni condizionamento di sorta.

Ma questa è un’altra storia, anzi, è un altro paragrafo del libro che stiamo scrivendo. E mentre lo scriviamo continueremo a cercare verità e giustizia.

Barbara Mischianti

Segretaria CGIL Umbria

Componente Osservatorio Legalità della Regione Umbria


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