Mercoledì, 29 Novembre 2023

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New York anni ‘80

ARTE di Maria Sensi.

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In un rapporto di Amnesty International si legge che “negli Usa, le persone uccise nel 2022 in seguito all’uso delle armi da fuoco da parte della polizia sono state almeno 1.093. I dati limitati resi pubblici suggeriscono che l’uso letale della forza ha colpito in maniera sproporzionata le persone nere”. Mi torna alla mente un episodio di brutalità poliziesca del 1983, quando il giovane artista nero Michael Stewart morì a New York dopo l’arresto avvenuto mentre eseguiva dei graffiti su un treno della First Avenue.

A tutto questo penso mentre visito la mostra parigina “Opere a quattro mani” (fond. Vuitton, fino al 28 agosto) sulla collaborazione tra l’artista d’origine haitiana e portoricana Jean-Michel Basquiat (New York, 1960-1988) e Andy Warhol (Pittsburgh, 1928 – New York, 1987), figlio di poveri immigrati slovacchi.

Tramite questo sodalizio, tra il 1983 e il 1985 vengono create circa 160 opere, spesso di grande formato. Nelle immagini pop, nei loghi aziendali (creazioni talvolta serigrafiche e seriali) di Warhol, la “street art” di Basquiat, istintiva e primitiva, inserisce tratti espressionisti, scritte e slogan riferiti alla schiavitù dei neri. Spinto dalla rabbia per l’invisibilità nera, per il razzismo di cui anch’egli è vittima, Basquiat dipinge maschere, teschi e graffiti. Simbolo della sua volontà di emergere, il segno © appare spesso. Altro elemento importante è la corona; di spine, aureola, a tre punte, che onora i neri come re e santi, riconoscendone la maestosità: atleti rivoluzionari, musicisti e scrittori. Per Basquiat questi eroi e santi sono guerrieri; a volte li disegna trionfanti, con le braccia alzate in segno di vittoria. Per lui, che vuol proseguire le azioni di questa nobile stirpe, il martirio e la santità si intrecciano; nella sua ricerca, l’interazione tra immagine e testo è assoluta, i confini tra scrittura, disegno e pittura sempre più labili.

«Conversazione attraverso la pittura», definì la loro collaborazione Keith Haring. «Andy iniziava un dipinto e ci metteva qualcosa di molto riconoscibile sopra, oppure un logo di un prodotto, e io cercavo di deturparlo. Poi tentavo di convincerlo a lavorarci ancora un po’ su», affermò Basquiat. E Warhol aggiunse: «penso che in questi dipinti che stiamo facendo insieme è meglio se non riesci a distinguere le parti dipinte dall’uno o dall’altro».

new york anni 80 altrapagina maggio 2023 3Lavorando insieme quasi tutti i pomeriggi, i due creano un nuovo linguaggio visuale e l’armonia che ne deriva è sorprendente. Warhol riprende i pennelli, abbandonati a metà anni Sessanta per le serigrafie. Grazie a un sistema di proiezioni, Warhol prepara gli sfondi e i motivi che dovevano accogliere la pittura di Basquiat. Gli scambi sono rapidi; quando la parete è occupata da Warhol, che vuol mantenere il ritmo, Basquiat - la cui tavolozza è un coperchio circolare metallico di un bidone della spazzatura - dipinge per terra. Egli trova ispirazione in strada, a differenza di Warhol che, nato povero, vuol godere a piene mani dell’American way of life e si confronta coi grandi formati dei pannelli pubblicitari e degli schermi cinematografici.

Già una mostra newyorchese del settembre – ottobre 1985 alla galleria Tony Shafrazi diede conto della collaborazione tra il guru della pop art e il “radiant child”. Vi figuravano anche quadri eseguiti a partire dal logo azzurro di General Electric, sorta di elegante arabesco onnipresente, dai frigoriferi agli aerei, nella vita statunitense. Molto evocativa la serie “Ten Punching Bags”, mai esposta durante le loro vite: in dieci sacchi da boxe Warhol rende omaggio a “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci; Basquiat vi aggiunge la parola “giudice” e una corona di spine.

Parte della New York degli anni Ottanta - in cui i due creavano anche opere a sei o più mani con artisti tra cui Francesco Clemente, Keith Haring, Jenny Holzer, Kenny Scharf - è stata spazzata via da Aids e droga. Ma a testimonianza di un attimo sospeso nel tempo resta una foto del 1985 scattata da Michael Halsband nel ristorante del cinese Mr. Chow, dove si incontrano artisti francesi, italiani, statunitensi dalle origini più disparate, nella città “melting pot”, un crogiuolo dove, a volte, tutto è possibile. ◘

di Maria Sensi


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