
90 ettari alberati, che incastonano il torrente Fersinone, acquistati dal Fondo Forestale Italiano.
A.C. - “Cento di questi boschi!” è l’augurio risuonato nelle sale della Galleria di storia naturale (Cams - UniPg) a Casalina di Deruta. Occasione: i festeggiamenti seguiti all’acquisizione dei 90 ettari di terreno che sono stati ribattezzati “Bosco delle Sette Valli”, tra il monte Piantarosa e San Vito in Monte nel territorio di Marsciano .
Tutto il merito va ad una pattuglia di persone, attiviste del Fondo Forestale Italiano (FFI), che hanno coltivato e attuato l’idea: era stata lanciata in occasione dell’assemblea nazionale del Fondo tenuta nel 2022 a Perugia.
La raccolta dei 135mila euro necessari all’operazione ha avuto come motore instancabile Claudio Capitini, referente del FFI in Umbria e pioniere della nutrizione senza pesticidi proveniente dall’esperienza dei “punti macrobiotici” creati da Mario Pianesi.
Il sogno si è trasformato in realtà grazie al coinvolgimento di un centinaio di persone con un ruolo determinante svolto da alcune aziende industriali che hanno garantito un buon 70% della raccolta finale.
La denominazione “Bosco delle Sette Valli” deriva dall’omonimo sentiero del CAI attestato nella frazione marscianese di Migliano e che conduce alla vallata dove scorre il Fersinone. E’ un torrente di 27 chilometri che nasce nel territorio di San Venanzo e che ha conservato caratteristiche di elevata naturalità per l’assenza di insediamenti umani e/o zootecnici sui declivi che lo fiancheggiano: è infatti sovrastato per vari chilometri da pareti rocciose a strapiombo con la presenza di grotte e cavità tra cui la più celebrata Buca del Diavolo, studiata anche per motivi archeologici e paleo-etnologici.
Nel bosco si registra la presenza di carpini, cerri, corbezzoli, cornioli, eriche, ginepri, lecci, lentischi, ornielli, pioppi, roverelle, salici, sambuchi. Interessante anche la presenza dei ruderi di un molino ad acqua, quello di Rotaprona, a testimoniare i trascorsi agricoli in cui la lavorazione dei cereali avveniva nelle immediate vicinanze delle superfici coltivate e oggi recuperate dalla vegetazione.
L’ecosistema Fersinone meriterebbe lo status di persona giuridica e il Fondo forestale italiano ha presentato un’apposita proposta che è stata premiata al Festival dell’Amministrazione condivisa dei beni comuni (Assisi, 2025). Il tutto sull’onda di un movimento che ha ottenuto risultati concreti: in Nuova Zelanda (fiume Whanganui sacro al popolo Maori), Spagna, Colombia, Ecuador. In Europa sono attivi vari soggetti che si muovono nella stessa direzione: tra questi Pro Silva Europa – promuove una gestione forestale continua e naturale, Woodland Trust (Regno Unito, protegge e ripristina boschi autoctoni), European Forest Institute (rete scientifica e politica sul tema delle foreste). Negli Usa c’è The Conservation Fund.
La “filosofia” del Fondo forestale italiano esclude il taglio degli alberi per motivi economici, come ha spiegato Claudio Capitini al settimanale ExtraTerrestre: «Un ecosistema conservato integralmente ha un valore inestimabile che cresce con il tempo: aiuta la mitigazione del clima, contrasta il dissesto idrogeologico, contribuisce a ricaricare le falde, argina il consumo di suolo, preserva la biodiversità vegetale e animale. Per non parlare della bellezza del paesaggio”.
Ma un bosco può fare da sé? Ha risposto Capitini: «Certo. Si pensa sempre che la natura lasciata a se stessa possa ‘intricarsi’. In realtà, semplicemente passa attraverso diverse stazioni vegetazionali».
Il pensiero è ancor più radicale: va coltivata la cultura della fratellanza-sorellanza vegetale, in foresta, in campagna e in città.
«Gente anche loro», Primo Levi ne “Il sistema periodico” scrive riferendosi agli alberi di una valle.


