Giovedì, 26 Novembre 2020

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Baghdad e Tripoli aghi della bilancia

il paradigma della forza3Francesca Mannocchi, giornalista freelance e reporter, ha svelato al mondo il dramma dei la­ger libici e delle torture, stupri e violenze perpetrate con­tro i migranti. Ha raccontato la guerra siriana, contro i curdi e la rivolta in atto a Baghdad. Le ab­biamo rivolto alcune domande per comprendere cosa è cambia­to dopo l’assassinio del generale siriano Qasem Soulemani.

Le capitali Tripoli e Baghdad sono due piazze in fermento per motivi opposti. Che cosa sta succedendo in questi due paesi? «Sicuramente l’Iraq e la Libia sono i due paesi a cui dovremo guardare con molta attenzione. A Baghdad ci sono state prote­ste animate da gruppi di giovani, di disoccupati e lavoratori per chiedere le dimissioni del gover­no. Piazza Tahir è interessante perché è una piazza trasversale, senza leader, senza barriere reli­giose, senza bandiere politiche, che parla come le tante piazze animate a livello globale come in Cile, in Venezuela, in Iran. È una piazza che chiede la fine della corruzione in un paese ric­chissimo di petrolio (è il quarto fornitore dell’Opec e contempo­raneamente è il 12simo paese al mondo per tasso di corruzione)».

E la Libia? «In Libia la situazione è diven­tata fluida soprattutto dopo l’offensiva lanciata dal generale Haftar per conquistare Tripoli. Ma anche per i tentativi di ne­goziazione politica rivelatisi fal­limentari: Berlino è stato l’enne­simo passo falso dopo Palermo e Abu Dhabi che avrebbe dovuto portare a nuove elezioni e alla definizione di una nuova Co­stituzione. A Berlino Haftar ha addirittura abbandonato il ta­volo negoziale e, mentre i paesi partecipanti firmavano il cessate il fuoco tra i belligeranti, il suo esercito, appoggiato anche da milizie salafite oltranziste, bom­bardava la periferia di Tripoli e conquistava Misurata».

Pensa che si arriverà a una spartizione della Libia tra Russia e Turchia? «Non credo a una spartizione ge­ografica, anche se una spartizio­ne di fatto da parte della Turchia e ScreenHunter 14 Feb. 22 17.11della Russia c’è già stata. Erdogan e Putin non sono certo ami­ci, ma nemmeno nemici, perché hanno interessi economici condi­visi. Bisogna ricordare che Erdo­gan e Putin hanno fatto un loro invito al cessate il fuoco a Istan­bul mentre inauguravano il Tur­kistream, il gasdotto che porterà il gas della Russia in Europa».

Cosa significa questo? «Che la spartizione in zone di influenza c’è già nei fatti, come è avvenuto in Siria. Erdogan e Putin hanno sperimentato un modello che funziona. L’elemen­to che può trascinare la Libia in una confusione militare e politi­ca davvero difficile da dirimere dipende dagli Emirati Arabi. I Paesi del Golfo stanno conti­nuando a spedire, nonostante l’embargo, armi e droni ad Haf­tar. Per gli Emirati l’opzione mi­litare sembra la più interessante, e ciò potrebbe modificare l’equi­librio raggiunto tra Putin ed Er­dogan».

In questa situazione l’Europa sembra aver perso qualsiasi ruolo e influenza. «Gli Stati Uniti hanno deciso da anni di tirarsi fuori dalla partita mediorientale. Già nella campa­gna elettorale del 2016 Trump affermava: “Voglio chiamarmi fuori da queste guerre infini­te, che non vedono soluzione”. E, coerentemente, hanno fatto passi indietro in Libia, senza nascondere le loro intenzioni. L’Europa anziché approfittarne per riempire il vuoto creatosi, si è divisa dietro a interessi diversi: l’Italia su petrolio e immigrazio­ne, la Francia per i suoi interessi strategici nella Cirenaica».

ScreenHunter 16 Feb. 22 17.12

Pochi giorni fa è stato rinno­vato il Memorandum con il governo libico, ossia la poli­tica di sostegno alla Guardia costiera libica per il suo adde­stramento. Cosa ne pensa? «Non aveva senso farlo, anche se può essere modificato in qualsi­asi momento. È un documento pieno di ombre sulle quali sono state fatte numerose inchieste giornalistiche, ma anche denun­ce del Consiglio delle Nazioni Unite. Le zone grigie riguardano soprattutto il passaggio dei flus­si di denaro dall’Europa prima e dall’Italia poi verso la Guardia Costiera. Rinnovarlo in una si­tuazione di guerra, avalla di fat­to l’idea che la Guardia Costiera libica riporti indietro le persone che stanno tentando di fuggire da un paese in guerra.»

È sostenibile l’accusa rivolta al Governo di aver traffica­to con i “trafficanti” di esseri umani? «In Libia è talmente nebbiosa la distanza tra la Guardia Costie­ra ufficiale e le milizie che con­trollano le mafie locali che non ci può essere stata chiarezza né trasparenza nella scelta dei pro­pri interlocutori. Dare denaro a queste istituzioni significa... volontariamente?, involontaria­mente? far arrivare denaro alle mafie locali, perché sono le mi­lizie che controllano i territori».

Cosa sappiamo in realtà della situazione dei migranti in Li­bia e dell’Africa? «Di quello che avviene in Libia sappiamo tutto, e non possiamo dire di non aver visto o di non sapere. Dei migranti sappiamo poco. Scappano per tante ra­gioni: per sfuggire alla guerra, perché la famiglia è sottoposta a minacce di gruppi terroristici, per problemi climatici, oppure perché si vuole una vita diversa. Queste sfumature non le raccon­tiamo con la dovuta precisione, prestiamo poca attenzione ai pa­esi e alle culture da cui proven­gono questi ragazzi e li raccon­tiamo come una cosa indistinta, persone tutte uguali, prevalente­mente disgraziati».

Quanti sono i migranti dete­nuti in Libia e qual è il loro destino se durerà la guerra? «In Libia ci sono circa 6mila per­sone rinchiusi nei luoghi di de­tenzione ufficiali, di quelli ScreenHunter 15 Feb. 22 17.12non ufficiali gestiti dalle milizie è im­possibile parlare. Possiamo ag­giungere che la presenza di per­sone non libiche si attesta attorno a 700mila unità. Queste persone vengono usate come armi di ri­catto verso l’Europa o vengono costretti a combattere in prima linea: carne da macello. Molti mi­granti sono entrati in Libia per motivi di lavoro, ma sono rimasti incastrati nelle dinamiche poli­tiche della guerra, nelle divisioni interne e nel conflitto per cui non riescono più a rientrare nei loro paesi».

Si è celebrato il “Giorno della memoria” tra tanta retorica e rigurgiti razzisti. Ritiene ap­propriato l’accostamento di questo evento storico alla re­altà attuale? «Sono sempre molto cauta nell’usare paragoni di questo tipo. Abbiamo tante parole per raccontare la tragedia e gli abusi che stanno accadendo in Libia. Non abbiamo bisogno di tirare il linguaggio fino a quel punto. In Libia ci sono delle prigioni, ci sono delle persone incarcerate senza motivo e ingiustamente, ci sono delle donne stuprate e degli uomini torturati. Credo che ab­biamo parole sufficienti per rac­contare questo dramma.


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