Mercoledì, 28 Ottobre 2020

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Il "nocciolo" del problema

Agricoltura. La conversione agricola con noccioleti: intervista a Famiano Crucianelli

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Da un paio di anni in Umbria si sta predisponendo l’impianto di noccioleti (corilicoltura in gergo tecnico), sotto la spinta di una pressante richiesta da parte della Ferrero, che intende reperire prevalentemente in Italia la propria materia prima e che ha già ottenuto soddisfazione in altre regioni. C’è stata una grande apertura da parte di Pro Agri Umbria e anche da parte dei consorzi tabacchicoli. Per farsi un’idea di ciò che questo può determinare, parliamo con Famiano Crucianelli, presidente del Biodistretto Amerina Forre (Viterbo), che lotta da anni contro le problematiche che questa coltivazione ha determinato nel Lazio, primo produttore italiano.

Quali sono state le implicazioni e le conseguenze dello sviluppo della corilicoltura nelle regioni interessate, e in modo particolare nella zona del viterbese, sul fronte agronomico, ambientale e socioeconomico?
«Una brevissima premessa. La “nocciola” è parte importante della storia delle nostre comunità, nella mia memoria gran parte dei dolci, che da bambino trovavo sulle tavole di casa, erano a base di nocciola. Che la corilicoltura si sia sviluppata nelle nostre zone è assolutamente logico, anche se, ed è questione molto importante, la nocciola, pur essendo diffusa nel territorio del viterbese, ha sempre avuto le sue aree di vocazione nella zona dei Cimini e comunque al di sopra dei 300/ 400 metri. Negli ultimi 30/40 anni vi è stato un salto, il sistema industriale ha imposto la coltivazione intensiva ben al di fuori e al di sotto delle sue aree elettive. Siamo così arrivati a venticinquemila ettari di nocciole e ad essere il primo polo di produzione in Italia. Oggi abbiamo interi paesi dove la nocciola è l’unica vera coltivazione e in queste aree si può parlare di monocoltura. Abbiamo perso coltivazioni storiche come il seminativo, l’ulivo e i vigneti, rischiando così di compromettere la stessa biodiversità. Il che non solo è un grave danno al paesaggio, alla sua ricchezza e varietà naturale, ma anche una ferita profonda del sistema immunitario delle piante. L’uso massiccio dei pesticidi diviene così non una scelta, ma una via obbligata. Non solo lo impone la Ferrero con i suoi protocolli, ma è anche la necessità di una natura che, priva della sua biodiversità, è sempre più fragile ed esposta agli agenti patogeni. Monocoltura e pesticidi viaggiano insieme.

image 071Nella logica della coltivazione intensiva non vi è solo l’uso scriteriato dei pesticidi, ma anche l’uso massiccio di concimazioni a base di chimica di sintesi, con seri danni per la fertilità futura del suolo e per la qualità delle acque. Il lago di Vico, un gioiello della natura, è prossimo all’anossia per il fosforo e l’azoto che arriva dai concimi chimici delle piantagioni intensive di nocciole che lo circondano. Inoltre, aver portato le coltivazioni intensive del nocciolo fuori dalle sue aree elettive, pone, e sempre più porrà, un problema serio di carenza di acqua: le falde si stanno abbassando e i ruscelli in estate sono asciutti. In sintesi: la nocciola è una risorsa importante, ma la modalità di produzione adottata ha aperto grandi problemi».

Qual è il retroterra della volontà di espansione di Ferrero e quali fattori l’hanno favorita?
«La Ferrero ha avuto, nel dopoguerra, l’intuizione di utilizzare le nocciole come un ingrediente distintivo di diversi prodotti e queste hanno quindi rappresentato un fattore importante nello sviluppo dell’azienda, terza al mondo nel settore agro-industriale. La sua strategia - basta leggere alcune interviste di Giovanni Ferrero - è quella tipica delle multinazionali. Vi è certo una particolare attenzione alle condizioni dei lavoratori dello stabilimento di Alba, secondo una virtuosa tradizione di famiglia, ma nulla di innovativo e nessuna attenzione particolare ai grandi temi ambientali dei nostri tempi. Il che è singolare oltre che miope: il lago di Vico e la coltivazione del nocciolo nella Tuscia, se fossero trattati secondo i principi della sostenibilità, dell’agricoltura consapevole e biologica, potrebbero rappresentare una straordinaria “cartolina”, una vera promozione “green” per la stessa azienda. Non vi è lungimiranza, si sfrutta e si compra un territorio senza pensare al futuro. La Ferrero, quando parla della qualità suoi prodotti, richiama “la sostenibilità”. Non è chiaro cosa intenda con questo termine, ma di una questione sono certo: la coltivazione intensiva, i protocolli della Ferrero e il suo ostinato rifiuto a prendere in considerazione la produzione biologica nulla hanno a che vedere con un’agricoltura e un territorio sostenibile».

Qual è il fattore fondamentale che ha permesso lo sviluppo così rapido e così grande della corilicoltura nella Tuscia?
«Uno su tutti: la crisi e la bassa redditività economica, sia in Italia che nelle nostre zone, di settori fondamentali di altre produzioni agricole, dai seminativi al vino. Negli anni 80/90 si sono tagliati vigneti, persino olivi, per piantare nocciole».

C’è consapevolezza nelle popolazioni interessate? Ci sono resistenze? E quali forme hanno assunto?
«È cresciuta molto nel corso di questi ultimi anni, nelle nostre comunità e anche nelle istituzioni locali, la coscienza sui problemi ambientali. Il Biodistretto della via Amerina, insieme a diversi Comuni, ha fatto un buon lavoro. Vi sono ordinanze molto severe sull’uso dei fitofarmaci e in diversi Comuni vi è il divieto dell’uso del glifosate; siamo stati determinanti, perché si arrivasse a una legge regionale per la promozione dei biodistretti; vi sono progetti in campo agricolo, in quello energetico e in quello del turismo rurale. E infine vi sono aziende che stanno trasformando le nocciole in crema spalmabile biologica. L’obiettivo è valorizzare un territorio straordinariamente bello e ricco di opportunità naturali e culturali, come la Tuscia, ma perché questa strategia possa affermarsi è necessario tutelare il nostro patrimonio naturale, umano e culturale. Nota a margine: noi siamo i primi produttori di nocciole in Italia, ma la Ferrero non trasforma una nocciola nel nostro territorio e ciò è particolarmente grave».

image 073La regista Alice Rohrwacher, sensibile alla condizione ambientale del viterbese, oltre un anno fa ha inviato lettere di sensibilizzazione e richiesta chiarimenti ai governatori di Lazio, Umbria e Toscana, le cui risposte sono sembrate a dir poco inappropriate. Cosa ne pensa?
«Con Alice Rohrwacher e con tante associazioni del territorio del lago di Bolsena abbiamo organizzato ad Orvieto una iniziativa critica verso l’espansione della coltivazione intensiva dei noccioleti. Un meeting di grande successo che testimonia la sensibilità delle popolazioni locali e che ha incoraggiato i Comuni del lago di Bolsena a prendere iniziative importanti. Le autorità regionali, che pure parlano, e molto, di “new deal ecologico”, di “ sviluppo sostenibile” sono state evasive e assenti».

Qual è, a suo parere, la strada percorribile per arginare il fenomeno? A quale livello istituzionale occorre agire?
«In primo luogo serve una forte iniziativa nei territori, che abbia al centro un nuovo progetto economico, sociale, ambientale e partecipato, ispirato ai principi della “sostenibilità”. Il secondo e decisivo passo è quello di coinvolgere le autorità istituzionali regionali e nazionali. Solo un esempio. Il problema più grande che abbiamo è quello di evitare sia uno scontro sociale nel mondo contadino, sia una frattura fra i produttori agricoli e le nostre comunità. Tutto ciò non sarà possibile se non vi sarà un riconoscimento pieno, anche “economico”, della funzione storica che i contadini hanno avuto ed hanno. Loro sono, dovrebbero essere i veri guardiani di quel bene comune essenziale che è la natura, l’ambiente e la terra. Senza i contadini il “new deal ecologico” è una finzione, un imbroglio. La transizione dall’agricoltura chimica, inquinante, a quella biologica e consapevole non può essere problema scaricato unilateralmente sulle spalle dei contadini. Senza un coinvolgimento delle istituzioni regionali e nazionali questa cruciale questione è senza soluzione».

Di Romina Tarducci
Foto di Chiara Ernandes


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