Martedì, 24 Novembre 2020

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La minestra fumava nel piatto

Cronache d’epoca

silvia romano2

Il terremoto che negli ultimi giorni del 1908 sconvolge Reggio Calabria e Messina toglie all’Italia la voglia di festeggiare il nuovo anno. Il 1909, scrivono le cronache di quel tempo, sarà, invece, un anno positivo. Certamente lo è per Giovanni Giolitti che stravince le elezioni. Non può lagnarsi neanche Giuseppe Ganna che vince il primo Giro d’Italia ciclistico organizzato dalla "Gazzetta dello Sport". Sono 166 i corridori che alle ore tre della mattina del tredici maggio partono da Piazzale Loreto a Milano per iniziare la prima delle otto tappe che si concluderanno il trenta maggio. Il Giro d’Italia nella sua più che centenaria vita è stato interrotto solo negli anni delle due guerre mondiali. Quest’anno, causa virus, si è salvato per un pelo e rimandato a questi giorni di ottobre.

Quel 1909 a Città di Castello c’è poco da segnalare: almeno fino a ottobre, il solito tran tran. Le solite lagnanze: «La luce elettrica funziona a sbalzi, il nuovo acquedotto è insufficiente», le strade sono sporche, tanto che «via della Fraternita c’è chi la crede una strada ma è una cloaca. Questa strada percorsa dai devoti che vanno alle due chiese, dai seminaristi, da chi va alla palestra di ginnastica (Ex chiesa della Maddalena n.d.c.) o alle scuole secondarie e di musica, da chi va dai finanzieri che lì hanno la caserma, percorsa dai poveri che vi passano ogni giorno con la fumante minestra delle cucine economiche (volute dal vescovo Muzi n.d.c.) ripetiamo è una cloaca dove gli acquai delle abitazioni e liquami di bisogni corporali sono sotto gli occhi di tutti».

Al Sindaco Francesco Bruni è rivolta questa lagnanza: «il sale è sporco! C’è la rena nel sale che produce uno spiacevole attrito ai denti». C’è chi se la prende con i cani: «perché non si tengono legati? Per i cani una diminuzione di libertà non sarà, speriamo, una colpa reazionaria». «Al Teatro Bonazzi sono riuscite applauditissime le quattro rappresentazioni di prim’ordine, come raramente siamo abituati a vedere a Città di Castello. Spesso ci si lamenta che poca gente vada a teatro, comprendiamo come non sempre possano andarci gli operai […] non comprendiamo però come i nostri oziosissimi signori non sentano il bisogno di ricrearsi lo spirito e potrebbero apprendere un po’ d’istruzione o di conoscenza della vita che non hanno».

silvia romano2Si scrive ne L’Italia del 20° secolo: «L’annata vinicola 1909 è stata prestigiosa (65 milioni e 35.000 ettolitri) anche a Città di Castello fu un buon raccolto d’uva quest’ultima settimana dell’ottobre 1909. La vendemmia ormai terminata. Tra i filari delle viti sorrette dall’“oppio” (acero campestre) solo qualche anziano si aggira frugando ancora tra le “pampine” ingiallite, alla ricerca di qualche misero “schiantolo” (grappolo), l’atto che suggella la fine della vendemmia. Dai campi l’uva ormai era già portata in città con i carri trainati dai buoi, nelle cantine padronali, dove, macinata e stretta dal torchio da mosto cominciava a trasformarsi in vino che “tra i Santi e San Florido”, irrobustito ma ancora dolce, avrebbe fatto la sua comparsa nelle case e nelle tante osterie. Anche al mercato sotto le logge, in Piazza di sopra, erano state portate in quei giorni montagne di castagne, il mese stava spegnendosi, assieme al colore delle foglie che cadevano dagli alberi. Il profumo prepotente del vino nuovo che usciva dalle cantine padronali si mescolava con quello delle castagne che abbrustolivano sui “foconi” agli angoli delle strade. Ma non tutto filò liscio negli ultimi giorni di ottobre 1909. Era il ventisette del mese quando – raccontano le cronache – Vincenzo Malvestiti, che per sbarcare il lunario faceva il ciabattino, fu visto con passo svelto, nonostante il peso di più di settant’anni sulle spalle, attraversare Piazza di sopra per dirigersi in Corso Vittorio Emanuele per poi svoltare in Via San Florido e fermarsi davanti alla casa di Bartolomeo Falcini. Spinse la porta che era socchiusa, salì la ripida scala di mattoni in cima alla quale una porta immette nella cucina. Qui Bartolomeo, anche lui in là con gli anni, assieme alla moglie e un’altra donna, stava pranzando. Vincenzo entrò in quella cucina senza chiedere permesso, sparando quattro colpi da una rivoltella a tamburo. Un proiettile colpì al cuore Bartolomeo che morì sul colpo, mentre la minestra fumava nel piatto. Gli altri tre colpi ferirono le due donne. Ridiscese di corsa le scale Vincenzo. Arrivarono i Carabinieri, lo inseguirono per i vicoli del Prato e della Mattonata. Lo trovarono giù ai frontoni appoggiato al “travaglio” delle bestie. Vincenzo non volle mai dire il movente che lo spinse a uccidere Bartolomeo, che di professione faceva il “bigonciaio”, venditore di bigonci e mastelle. ◘

Di Dino Marinelli


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