Giovedì, 08 Dicembre 2022

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Un vangelo Sine Glossa

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Fioriscono le iniziative per rievocare la figura di Ernesto Balducci. Forse sono proprio gli amici in grado di cogliere il percorso interiore di una persona. Lo chiediamo perciò a Enzo Bianchi, che ha intessuto con lui una intensa amicizia.

Tu hai conosciuto molto bene Ernesto Balducci. Era il periodo in cui stavi costruendo la comunità di Bose. Quali suggerimenti ti ha indicato perché tu potessi avviare una esperienza monastica innovativa?

«Ho conosciuto Balducci nel ‘66 ed ero già a Bose, però lui non riusciva neanche a comprendere bene perché io ero solo e quale poteva essere la mia avventura. Ne era nata così una grande amicizia perché insieme stavamo lavorando soprattutto per il Concilio che era iniziato e ci si trovava sovente a discutere con lui e con padre Turoldo su come poter realizzarlo e allargare delle idee in Italia. Poi venne a Bose e fu meravigliato già da quel piccolo nucleo, fatto di quattro o cinque persone e scrisse una delle pagine più belle sul Diario dell’Esodo il primo gennaio del ‘69.

un vangelo sine glossa altrapagina luglio agosto 2022 2Una pagina in cui ci descriveva, ma aveva anche ben capito che cosa volevo: una comunità di semplici laici, non di religiosi, una comunità aperta che costruisse in mezzo all’umanità un luogo cristiano e un incrocio per gli uomini perché potessero dialogare, un luogo che potesse presentare un po’ di fede e un po’ di speranza, tentando di vivere la carità senza nessuna pretesa. Nel Diario dell’Esodo di Ernesto Balducci ci siamo ritrovati in quella pagina in cui ci ha descritto comprendendo bene quello che siamo, specialmente in un momento in cui la Chiesa non ci comprendeva e ci rifiutava».

Cosa ti ha colpito nella esperienza umana di padre Balducci? Quale è stato, a tuo parere, il percorso intellettuale e spirituale di Ernesto?

«Ernesto Balducci, per come io l’ho conosciuto, ha avuto un percorso molto classico, ecclesiale. La Chiesa era per lui una grande passione ed era il quadro dove lui viveva la fede, come mostrano i suoi saggi e libri dei primi anni ‘50; era veramente un uomo di quell’epoca che pensava alla Chiesa e a una sua riforma in senso evangelico. Al di là delle competenze letterarie per il suo lavoro di insegnante nella scuola come la sua congregazione gli aveva affidato, esercitava anche una sua meditazione teologica.

Frequentava soprattutto la teologia francese e spesso si recava in Francia a La Tourette ad ascoltare, a imparare, a cimentarsi con queste nuove linee che lì si esprimevano, da Teilhard de Chardin fino al tema della povertà portato avanti soprattutto dalla spiritualità di Charles de Foucauld, E al tema dei padri conciliari. È stato il tessuto con il quale si lavorava nel post-Concilio.

Ma come uomo devo dire che era uomo conviviale e ci si trovava nella condivisione della semplicità della tavola, a partire dalla bontà della tavola povera che avevamo avuto entrambi nella nostra fanciullezza. La tavola era per lui quasi una cattedra, ma senza essere un professore esprimeva la sua sapienza umana, facendo sentire alle persone la sua vicinanza, e le persone a loro volta si sentivano vicine a lui».

Balducci ha attraversato il suo tempo senza sfuggire ai conflitti con grande serenità e senza rancore. La sua Chiesa ha capito fino in fondo il suo lavoro intellettuale?

«La Chiesa non lo ha capito. Io mi ricordo che al suo funerale, ero presente, il Cardinale, seppure persona buona che officiava la messa, non spese una parola positiva, ma con una certa aria disse: “Il tempo darà un giudizio su di lui e sulla sua ideologia, sui suoi interventi religiosi”. Non lo capivano. Lo ha capito, almeno per un po’, Paolo VI, ma per il resto lo si riteneva troppo legato alla Sinistra. Erano tempi in cui gli appelli alla giustizia per i poveri e i sofferenti della terra venivano considerati opinioni politiche. Balducci mi disse queste cose con una certa tristezza, da uomo di grande fede, me lo espresse sempre mantenendo un clima di pace. Posso dire che Balducci era un grande uomo di pace e mai portava divisione».

Spesso Balducci viene definito come animatore del dissenso cattolico. Ritieni che queste espressioni colgano il nucleo autentico del suo percorso?

«No, non ritengo che era animatore del dissenso. Posso dire che è stato all’interno del dissenso, mescolato, ma restava ben diverso dalle posizioni esasperate in quel momento, a Torino, Firenze, Parma. Sentiva le voci di rinnovamento e lo voleva, aveva la forza profetica di gridare contro le istituzioni quando erano sorde e non volevano rispondere. Era un uomo di comunione e non di dissenso».

Balducci era un figlio di minatori ed è stato fedele alle sue origini e all’impulso evangelico. È stata la sua bussola spirituale in ascolto degli ultimi e degli scartati?

«Sì, aveva l’esperienza di essere figlio di minatori, la sua povertà vissuta non l’aveva persa, neanche a scuola e nella sua vita religiosa: i poveri, gli sfruttati li sentiva dentro ed è per questo che gli avevano detto di essere comunista e che si era schierato da quella parte politica. Era solo la sua passione che lo faceva gridare. Quello è il Vangelo, e – va detto – Balducci spesso è stato strumentalizzato e molti lo hanno denigrato e condannato senza neppure averlo letto e senza mai averlo conosciuto nella passione del suo cuore come un vero uomo di Chiesa e di comunione. Sapeva benissimo che al centro si poneva il Vangelo e non si doveva anteporre nessun’altra realtà».

“Il cristianesimo sta morendo” è una espressione ricorrente nell’ultimo periodo della vita di Balducci. Egli pensava a un rinnovamento profondo della esperienza di fede e si avviava verso una visione planetaria al di là delle varie religioni?

«Bisogna stare attenti perché oggi ho visto delle letture di Balducci come se il cristianesimo fosse in una marea di religioni e Dio diventasse una realtà come un’energia, qualcosa che stia all’interno dell’universo e così via. No, non è così. Lui conservava una fede cristiana, legata alla Bibbia, e certamente ce lo domandavamo già a quei tempi. Ricordo una domanda di un mio amico che diceva: “Rischiamo di essere gli ultimi cristiani?”. Vedevamo che il rinnovamento, che ci attendevamo in qualche modo, non riusciva a partire. In quegli anni poco prima della morte di Balducci e Turoldo, anche il post-Concilio, nel senso buono di un cammino di apertura, diventava un aborto che la Chiesa poi avrebbe pagato sino a oggi. Papa Francesco sta semplicemente dicendo quello che noi già allora pensavamo». ◘

di A.R.


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